Il Seme della Discordia

Dopo Chimera (Italia, 2001) il regista napoletano, Pappi Corsicato, torna al cinema. Il soggetto de Il Seme della Discordia è liberamente ispirato al racconto di Heinrich Von Kleist “La Marchesa von O”, già portato sullo schermo da Eric Rohmer nel 1976. Il film è la storia di una donna che si ritrova incinta senza ricordare di aver fatto l’amore. Il marito non c’entra: le rare volte che torna a casa spegne subito l’abatjour e cade addormentato.

I titoli di testa sono fatti da animazioni floreali stilizzate che ricordano sia American Beauty (citato anche nel manifesto) sia il François Truffaut di L’Uomo Che Amava le Donne e il suo “Le gambe delle donne sono compassi che misurano il globo terrestre in tutte le sue direzioni, dandogli il suo equilibrio e la sua armonia” con le inquadrature di gonnelline svolazzanti, polpacci, caviglie e scarpe con il tacco.

La protagonista è Veronica, Veronik o La Poderosa (Caterina Murino) come la chiamano nel quartiere, un’affascinante donna di circa trent’anni, che gestisce insieme alla madre una piccola boutique e progetta di aprire un “concept-store”. Suo marito Mario (Alessandro Gassman) è un rappresentante di concimi industriali sempre fuori per lavoro. Dopo cinque anni di matrimonio la coppia deve ancora avere un bambino, ma all’improvviso Poderosa inizia ad avere mancamenti e nausee: è stato piantato il seme della discordia.

Inizialmente il film sembra voler richiamare la classica commedia all’italiana con la Loren o la Lollo, dunque di certo cinema di genere fine anni 60 e inizio anni 70. Infatti, nonostante sia ambientato a Napoli, le atmosfere ricordano la Swinging London dei ’60 grazie anche alla musica che fa l’occhiolino alle colonne sonore di Ennio Morricone dello stesso decennio. Due citazioni inaspettate su tutte: un balletto ripreso da quello della Bouchet di Milano Calibro 9 di Di Leo e un altro che rimanda al quasi sconosciuto La Decima Vittima di Petri.

Il cinema di Corsicato è famoso per essere decisamente fantastico, iperformante e suggestivo. Infatti numerosissimi sono i richiami a culture altre, un tempo altro, mode, sogni, canzoni, film, colori, oggetti, vestiti altri. La presentazione del film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia si spiega con le intenzioni del regista di smuovere le acque della commedia all’italiana, infarcendola di citazionismo che sembra solo un pretesto per plagiare scene chiave di altri film di maggior spessore. Tra le sfacciate citazioni cinefile ricordiamo Via Col Vento (“E io cosa farò?” chiede la moglie Caterina Murino al marito Alessandro Gassman che ha finito di fare le valigie, e lui: “Non me ne importa niente”), Kill Bill (quando La Poderosa cammina con una tuta attillata per la città con in mano una vanga al posto della spada), American Beauty (la protagonista ricoperta di candidi gigli al posto di petali di rosa scarlatta), Harry ti Presento Sally (nella scena di sesso tra Alessandro Gassman e Iaia Forte che fracassa vasi e vasetti dell’azienda familiare), la Corazzata Potemkin (la scena con la carrozzina che rotola giù dalla scalinata). Questo lavoro di assorbimento e sintesi che rimanda sempre ad Almodóvar e al suo universo femminile, persiste nella citazione di Volver, perchè Monica (Isabella Ferrari), amica e socia d’affari della protagonista, sembra ricordare la Crùz sia nell’abbigliamento sia nei movimenti.

Il film è penalizzato dalla povertà dei dialoghi e dalla forma indefinita tra il kitsch, la favoletta e il ritratto della Napoli di oggi. I personaggi sono solo abbozzati e la recitazione imbalsamata non aiuta. Il seme della discordia potrebbe essere facilmente considerato una celebrazione della donna oggetto. Il corpo di Caterina Murino, dalle forme mediterranee, è la magnifica ossessione del vigilante Michele Venitucci e l’oggetto del desiderio degli uomini del Centro Direzionale, quartiere di Napoli progettato negli anni Novanta dall’architetto giapponese Kenzo Tange. Gassman e la Ferrari (pizzaiola alla Sofia Loren) non riescono a mettere in luce le loro vere capacità di recitazione. Martina Stella interpreta un’inverosimile commessa nel negozio della Murino, di nome Nike come le scarpe, e si atteggia da modella. Per hobby è ballerina e sembra plastificata come un manichino o come una velina. Il limite della pellicola è proprio il fatto che resta troppo legato alla fisicità dei corpi, alla carnalità delle sue protagoniste e alla loro natura popolare, per costruire un saggio sul mondo al femminile, sull’istituzione familiare e sulla umanità dei nostri tempi con una fotografia sovraesposta che ricorda i vari “Vacanze di Natale”.

L’impressione di essere di fronte a un film “di plastica”, a un’opera troppo colorata per risultare credibile, dalle inquadrature volutamente sofisticate e impressionistiche e dal montaggio soffocante, infastidisce e sconsola chi si aspettava una semplice commedia senza pretese.

Blabla

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~ di Montblanc su ottobre 13, 2008.

2 Risposte to “Il Seme della Discordia”

  1. Hai dimenticato di parlare della locandina. E’ stata disegnata così di proposito… il regista voleva far credere a tutti che fosse il seguito di American beauty. L’unico modo che aveva di incassare qualcosa. Io l’ho visto il film…cioè non è che l’ho proprio visto ho pensato di vederlo…cioè non è che ho pensato di vederlo…l’ha visto un mio amico…che poi non è proprio un mio amico, è un tizio che ho conosciuto in treno, non proprio conosciuto era seduto nell’altro vagone e non ci siamo nemmeno parlati, ma non è che l’ha visto ha pensatod i vederlo…almeno ho creduto così da come si muoveva. e comunque sto tizio ha detto che era brutto…cioè ha detto “brutto” mò non so se era proprio riferito al film…

  2. Oggi skycinemauno ha mandato questo film in prima visione. Devo dire che sono rimasta veramente perplessa da questo lavoro del regista napoletano. Questa associazione di COrsicato ad Almodovar che ho letto in molte critiche è assolutamente inopportuna, si vede chiaramente che il regista vuole riprendere certe tematiche e certe ambientazioni tipiche almodovariane ma con un risultato veramente molto tiepido. Volendo iniziare dagli attori, direi che la scelta di per la protagonista non si addice affatto al personaggio di una donna infelice e un po tormentata che si affida alle donne della sua vita (mamma, amiche etc). Perfettamente truccata impeccabilmente pettinata e tinta, che nella prima parte si muove come su un set di un calendario, anche nei momenti più difficili commuove poco e convince per nulla. Gli altri attori volendo potevano anche essere un coro variopinto e abbastanza assortito di vite pop-comic-drama se non fosse che le scene si svolgevano trae sterni in un improbabilissimo centro direzionale costantemente deserto e interni da catalogo ikea. La volontà era quella di celebrare un universo femminile faticoso ma sempre colorato e solidale in una salsa neo melodica napoletana, relegata a fazzoletti in testa e scollature sbottonate da donna di quartiere veramente molto molto fake. Alcune scene rasentavano il totale non-sense (vuoto), altre erano addirittura volgari. Da buttare, viva Sorrentino.

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