American Beauty

Uscito nel 1999, vincitore del premio Oscar come miglior film, è diventato un film feticcio della crisi della way of life americano e del mondo occidentale. La sceneggiatura scritta dal futuro regista Alan Ball (True Blood, Nothing Is Private, Six Feet Under) si regge sul nucleo familiare, composto da Lester (Kevin Spacey), Carolyn (Annette Bening), e la figlia Jane (Thora Birch).

Il film si apre con un Kevin Spacey che corre verso lo spettatore. Il suo volto è stanco, la sua anima è spenta. Il regista Sam Mendes sceglie un’inquadratura molto larga, simbolo della nullità dell’esistenza del personaggio e della sottostima che nutre per sé. La luce quasi elettrica della scena aiuta a farci capire l’atmosfera grigia e desolata. Non siamo nell’America dal “verde vicinato”, non siamo nell’America degli anni ’60, né in quella dei Beach Boys. Il film è costruito in flashback: il personaggio corre verso un futuro che già intuiamo non felice, ma lui è già morto nella sequenza iniziale, proprio come accade in Viale del Tramonto (Sunset Boulevard, Billy Wilder, Usa, 1950) o nel più recente Sesto Senso (The Sixth Sense, M. Night Shyamalan, Usa, 1999). Riportiamo la dichiarazione di Lester Burnham che apre il film:

“Mi chiamo Lester Burnham. Questo è il mio quartiere, questa è la mia strada, questa è la mia vita. Ho quarantadue anni, fra meno di un anno… sarò morto. Naturalmente io questo ancora non lo so. E in un certo senso sono già morto. Guardatemi, mi faccio una sega sotto la doccia. Questo sarà il culmine della mia giornata. Dopodiché è tutto uno sfacelo. Questa è mia moglie, Carolyn. Vedete come i guanti su quelle cesoie armonizzano con gli zoccoli da giardino? Non è un caso. Questo è il nostro vicino, Jim. E questo è il suo amante, Jim. Accidenti, mi esaurisco solo a guardarli. Non è stata sempre così, una volta era felice… una volta eravamo felici. Mia figlia Jane, figlia unica. Jany è un’adolescente abbastanza tipica: arrabbiata, insicura, confusa… magari potessi dirle che tutto questo passerà. Ma non le voglio mentire. Mia moglie e mia figlia mi vedono come un colossale perdente… e… hanno ragione! Ho perso davvero qualcosa. Non sono del tutto sicuro di cosa si tratta ma… so che non mi sono sempre sentito così “posato”. Però volete saperlo? Non è mai troppo tardi per tornare indietro”.

Nessun eroe, nessuna famiglia modello, nessun onesto lavoro, nessuna possibilità di comunicare. Jane è l’adolescente che ha una sola amica, Angela, tanto cattiva da sedurre il padre della ragazza. Le fantasie di Lester sono state rappresentate e comunicate in maniera ossessiva prima, durante e dopo l’uscita del film. L’immagine della ragazza nuda sommersa nei petali di rosa rossa ha invaso copertine, filmati e siti. Celebre è lo spot della Coca-Cola che tra le tante citazioni cinematografiche non dimentica di citare questo film, a riprova che si tratta di un film di passaggio tra il vecchio e il nuovo secolo. Un film che resterà nella storia del cinema, pur non affrontando temi eccezionali, ma rappresentando l’adolescenza e la famiglia americana come nessuno aveva mai fatto prima.

Si tratta di un film senza azione. Le poche azioni che sono rappresentate sono normali scene quotidiane (cena a casa, giardinaggio, liti in famiglia e a scuola). Nessuna persona che possa essere da guida alla povera Jane, che si ritrova con un padre che lascia il lavoro, perché insoddisfatto dei continui inganni e delle insopportabili responsabilità che si trova a sostenere. La moglie intanto lo tradisce e il caso vuole che il marito la scopra mentre  i due passano al fast food, nuovo posto di lavoro di Lester. Jane, intanto, si innamora del vicino che spaccia droga di nascosto del padre ex-colonnello e della madre depressa. Con lui progetta di scappare da casa, perché non sopporta più il clima familiare e l’amica che vuole attirare l’attenzione del padre. Il finale è costruito in climax ascendente e non manca la suspence, perché fino all’ultimo i sospetti sul potenziale assassino sono indirizzati su un altro personaggio. La frase di chiusura è molto poetica, quasi per decelerare il battito che prende lo spettatore al rumore dello sparo finale.

Kevin Spacey, già famoso per Seven (Se7en, David Fincher, Usa, 1995), è eccezionale come tutto il cast. Alla notte degli Oscar presentata da Benigni, si credeva che Annette Bening in cinta fosse la favorita. I prognostici sbagliarono perché a vincere fu Hillary Swank per Boys Don’t Cry (Kimberly Peirce, Usa, 1999) che da allora iniziò una splendida carriera.

Blabla

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~ di the Marius su ottobre 6, 2008.

4 Risposte to “American Beauty”

  1. […] la poesia di questo film non è comprensibile. Si è cercato con un intreccio di storie alla American Beauty, ma hanno puntato sul personaggio sbagliato, che forse dal punto di vista letterario poteva […]

  2. Oh, meno male. Questo film fa parte della lista (ormai infinita, ahimè) di film da vedere/libri da leggere. E vista la critica, penso che ci resterà, in lista (e che prima o poi lo vedrò :-D)

  3. […] Poderosa cammina con una tuta attillata per la città con in mano una vanga al posto della spada), American Beauty (la protagonista ricoperta di candidi gigli al posto di petali di rosa scarlatta), Harry ti […]

  4. Cos’altro dire, hai detto tutto…
    Ho trovato questo post tramite Google blog. Il film in questione è nella mia Top 100, e da lì sono partito per trovare partecipanti al Torneo dei film. Basta una playlist dei 10 film che ritieni i migliori di sempre. A dicembre si parte da un tabellone, a scontro diretto. La pagina del mio blog dedicata al Torneo è qui: http://gegio.wordpress.com/il-torneo-dei-film/

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