San Diego, 18 Giugno 1958

Scese in giardino con il pacchetto in mano. Ad ogni gradino sfiorava una ad una le sigarette, poi perdeva il conto e ricominciava. Al piano di sopra un vociare insopportabile.
San Diego sfoggiava un sole pieno e immobile: il Coronado Hotel si lasciava sbiancare, docile come una vecchia star sotto un enorme riflettore.
Contava i giorni, le ore, le cancellature sui suoi appunti. Ricordava la telefonata di Diamond, quattro settimane prima. “Ha letto la sceneggiatura: vuole la parte!”. Ma quella parte non era affatto importante, che se li vedesse qualcun altro i provini. Lui aveva da lavorarsi i suoi due protagonisti. Erano loro il pezzo forte della storia: i due uomini che si travestono da donna! “Ti dico che è in splendida forma e vuole tornare a lavorare con te! Non puoi fartela scappare!”.
Perché tutti parlavano di lei come un affare da prendere al volo. Perché nessuno sembrava rendersi conto che darle quel ruolo significava cambiare, mettere in discussione tutto. Anche il film.
L’aveva giurato a se stesso che mai, mai più le avrebbe dato la possibilità di finire davanti alla sua cinepresa. E l’aveva detto a sua moglie mentre svuotava l’ennesima scatola di sonniferi, di ritorno da Lexington Avenue. Mai più! Mai più migliaia di persone urlanti affollate intorno ad un marciapiede (soprattutto se quel marciapiede era il suo set). Mai più risse fra gli operatori per stabilire chi dovesse incastrarsi sotto a una grata per azionare un dannato ventilatore. Pochi minuti prima del ciak un giornalista del Times (come diavolo aveva fatto a conoscere i dettagli della sceneggiatura????) gli aveva fatto notare che l’aria che esce dalla metropolitana è calda, molto più calda dell’aria esterna. Dunque era un’assurdità che la sua Vanessa trovasse ristoro da una simile corrente. Lui aveva sorriso come sorridono gli americani (un sorriso che a Berlino avrebbe avuto l’effetto di un sputo in faccia), si era complimentato per le sue competenze in materia di termodinamica e lo aveva pregato, cortesemente, di aspettare la fine della ripresa. “Sono pronto a scommettere che, tra pochi minuti, non lo troverà affatto assurdo. Anche se non sembra, qui stiamo facendo cinema”. Sembrava piuttosto l’inaugurazione di un grande magazzino, aveva i crampi allo stomaco. Lei era elettrizzata. Lui cercava di ignorare gli schiamazzi dei newyorkesi ogni volta che il vestito bianco prendeva il volo. Aveva mandato a casa i tecnici del suono, tanto con quel frastuono era impossibile registrare. E in quel tripudio di flash e applausi, c’era un volto scuro che si girava dall’altra parte ogni volta che partiva il ventilatore. Era Joe di Maggio. Era un bravo ragazzo, in fondo. Poteva dire di conoscerlo bene, per quanto le loro conversazioni non si fossero mai allontanate dal campionato di baseball. Era quel Joe di Maggio che pochi giorni dopo avrebbe espresso il suo disappunto per quella scena davanti alle orecchie avide dei giornali scandalistici. I produttori aprirono lo champagne: il film era un successo prima ancora di uscire. Lui, il regista, era furioso. Dalla sera di Lexington Avenue lei era sparita, non si era presentata sul set per settimane. Quando era ricomparsa aveva una tristezza luminosa (tutto in lei era luminoso) sul viso. Non era più la moglie di Joe di Maggio. E lui non era più disposto a perdonare i suoi ritardi, le sue improvvise amnesie, le sue crisi di nervi, il suo corteo di reporter e cacciatori di autografi. Perché lei non era un’attrice, non era una professionista. Era imprevedibile. All’improvviso si imbambolava, come se le fosse venuto in mente chissà cosa. Non ci stava più con la testa e non c’era niente da fare.
Proprio niente da fare. Sembrava ci fosse nata, con quell’ukulele in mano. Era perfetta. Sapeva essere volgare con un’eleganza da fata delle favole. Il personaggio di Sugar poteva essere solo suo e, con lui, anche il film. Dopo la firma del contratto era tornato a casa a pranzare. Si vergognava come un bambino a raccontarlo alla moglie. Ma la signora Audrey Wilder si limitò a sorridere. La sera stessa, in virtù di quello humour composto e inesorabile che le mogli (specie le mogli dei commediografi) acquistano negli anni, gli fece trovare una scatola di sonniferi sul comodino.
E a forza di scatole, era arrivato fin qui, nelle spiagge dorate di San Diego. La sua unica difesa era smettere di contare i ciak. “Non fa nulla, stai tranquilla, rifacciamola. Guarda qua! Vedi? Abbiamo tutta la pellicola che vogliamo! Adesso la rifacciamo”. E lei si metteva a piangere. E bisognava rifarle il trucco. E tentare di metterla a sua agio. Lemmon e Curtis scendevano dai tacchi e cominciavano il rituale del massaggio ai piedi. Ma non si lamentavano mai. A quello ci pensava la troupe. La troupe che non riusciva ad abituarsi alla sua media di ritardi (dalle 3 alle 5 ore), che non si faceva incantare dal nome della star: “se lei può presentarsi quattro ore dopo allora posso farlo anch’io!”. Ma quando si presentava, nessuno fiatava. Perché quando si presentava, era magnifica. E pazienza se le servivano ottanta ciak: tanto all’ottantunesimo sarebbe stata strepitosa. Il vero problema, lui lo sapeva, era la paura. Aveva paura della cinepresa e questa è una cosa che solo un regista può notare (una volta l’aveva rivelato ad un giornalista e questo si era messo a ridere). Lei? Paura della cinepresa? Proprio lei? Si. Ne era attratta e spaventata. Terrorizzata, per essere più precisi (si ecco, schiacciando la terza sigaretta pensava di aver trovato proprio il termine adatto: terrorizzata). Forse per questo si dimenticava le battute. Eppure, si ripeteva risalendo le scale dell’albergo, in un certo senso lei e la cinepresa erano fatte l’una per l’altra. Perché qualunque cosa le facesse fare, ovunque la mettesse, il risultato sullo schermo era meraviglioso.

Al terzo piano la troupe è tutta ai posti di combattimento. Quasi cinquanta persone che sudano sotto i ventilatori. Appena lo vedono comparire sul corridoio, si voltano tutti verso di lui e pensano: adesso ci dà quella maledetta pausa perché con questa tensione non si può lavorare, adesso va lì e le dice tante paroline dolci e ricominciamo, adesso la prende schiaffi e la finiamo perché la commedia deva stare davanti alla cinepresa, non dietro!
Lui la chiama e comincia a ridiscendere le scale tenendola per un braccio. “Aspettateci qui” dice al resto degli attori, tecnici, costumisti, truccatori, fotografi, operatori, facchini. Arrivano nella sala da ballo dove il palco è ancora in allestimento. Tra pochi giorni gireranno in questa stanza e lui, senza neanche accorgersene, si mette a pensare a quelle scene. Gli vengono in mente due tagli interessanti, prende il blocchetto degli appunti. Finge di essersi dimenticato di lei. Tanto non servirebbe a nulla mettersi a parlare, lei odia i discorsi seri. Ne è allergica. Ha affinato una tecnica incredibile nell’evitarli. Lei che piagnucola nel suo accappatoio, incapace di dire una stupidissima battuta di venti sillabe. La stessa attrice che ieri, in spiaggia, ha saputo bruciare tre pagine di dialogo senza sprecare un centimetro di pellicola. Ma lei non è affatto un’attrice. Sente che non ci può fare proprio niente e che gli sta risalendo la rabbia, allora si strofina la barba incolta e mette via il quaderno. E aziona il jukebox.
Due ore dopo si affaccia l’aiuto regista con un librone in mano.
“L’ho vista andare via in macchina…”
Lui siede su un divano e fuma. Da solo.
“Ti volevo dire che sopra se ne sono andati praticamente tutti. Forse è rimasto qualcuno al bar ma non credo che oggi possiamo più girare”.
“No, infatti”.
“Guarda che se ne è andata anche la segretaria di produzione.”
“E allora?”
“E allora non ha compilato neanche il registro. Me lo ha lasciato qui”
….
“Allora che ci devo scrivere?”
“Scrivi solo: San Diego, 18 Giugno 1958. Billy Wilder ha invitato a ballare Marilyn Monroe.”

F.

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~ di Charlie Brown 666 su giugno 18, 2008.

Una Risposta to “San Diego, 18 Giugno 1958”

  1. bell’estratto sulla vita di
    marilyn, mai letto prima

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