Cous Cous

Film rivelazione del Festival di Venezia, Cous Cous si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica come una delle pellicole più importanti degli ultimi anni. Due ore di cinema intenso, totale (perché arte e documento, tecnica e poesia), firmato dal giovane Abdel Kechiche, già autore del delizioso La schivata (L’esquivé – 2003). Nucleo pulsante delle sue immagini è la comunità franco-tunisina di Marsiglia, che nel degrado (naturale e umano) di un piccolo porto difende (senza nasconderla) la sua diversità. Uomini e donne che vivono sotto le spoglie di un’integrazione che è solo formale, la cui esistenza si fonda sulla consapevolezza di una vitale contraddizione, una perpetua precarietà. Precario il lavoro, i sentimenti, i rapporti con il mondo esterno, i legami emozionali, precaria la loro identità e la loro cultura: i personaggi di Abdel Kechiche sono un microcosmo pulsante di tensioni, prigioniero di un mondo senza più confini, senza più identità. Nella dispersione allucinata del nuovo secolo, essi mantengono una gerarchia sociale fondamentale e indiscussa, la famiglia.

La famiglia Beiji è un vessillo di esclusione-inclusione che non implica necessariamente forme di solidarietà e di assistenza reciproca, ma che impone rigidi criteri di appartenenza-alterità. È una cellula (minuscola) che sa riprodurre nel dettaglio della sua quotidianità l’infinita dinamica dei rapporti umani. Rapporti in cui dominano (senza merito, senza volontà) gli uomini. Il loro è un potere di fatto, un’autorità indotta dalla loro capacità di creare legami e antagonismi. Di creare problemi ed ostacoli. Gli uomini riparano le barche nel porto di Sète ma nelle loro case si lasciano sommergere da una tumulo di rottami che non sanno aggiustare e, forse, neanche riconoscere. Gli uomini con il loro amore e le loro debolezze, la loro fedeltà e il loro egoismo, i loro sogni e i loro silenzi, al loro passaggio sembrano disfare, traumatizzare i corpi che incontrano con una inconsapevolezza che li rende quasi innocenti. A risolvere le difficoltà intervengono sempre le donne, vertici irrequieti di una ragnatela che si espande e si raccoglie intorno ad un solo uomo. Una ragnatela tessuta con l’invidia, la complicità, il tradimento, la vanità, l’affetto, che sembra spezzarsi ad ogni parola, ad ogni sguardo. Che, inspiegabilmente, resta intatta. Le donne sanno cantare e sudare mentre lavorano, le donne parlano di soldi anche a tavola, gridano anche di fronte ai bambini, le donne posso cambiare abito, sorriso, travestirsi e svelarsi all’improvviso. Ricostruire il futuro nei cantieri devastati (e abbandonati) dagli uomini.

Il segno fondamentale del film, è la scelta di una narrazione corale dove un alto numero di personaggi può rivendicare il suo spazio, imprimere il peso della sua presenza. E questo è possibile grazie ad una regia che sa “trovare nella recitazione il grado più forte di verità”, dirigendo un cast di attori non professionisti con mano abile e sensibile. Il volto scavato di Slimane, gli occhi luminosi di Rym, le mani sporche di Mamma Souad, sono lampi di verità che riempiono lo schermo, nei lunghi primi piani e nei bellissimi dettagli. Il loro specchio urbano sono le barche immobili del porto, le scacchiere spoglie dei palazzi che si traducono in bellissimi campi lunghi, in splendide carrellate nei quartieri di acqua e cemento. La cura dei dialoghi e la straordinaria prova degli attori danno vita a sequenze straordinariamente realistiche (nei tempi, nelle parole, nei gesti, nelle reazioni emotive dei personaggi). È la proposta (provocatoria) di Kechiche a quel pubblico che cerca nei reality una verità che sappia coinvolgere e rassicurare, che sia una risposta semplice per curare il vuoto dell’insoddisfazione. Ma quella di Cous Cous non è una verità confezionata, non è fatta per piacere né per intrattenere. È una verità che fa male perché non ci sono buoni e cattivi, belli e brutti, vincitori e perdenti. C’è un’umanità fatta di piccoli sogni e di grandi frustrazioni, di rancori inguaribili e di amori sconfitti. Un’umanità che non vogliamo guardare, perché non possiamo non riconoscerci nella sua appassionata impotenza. La grandezza di Kechiche sta nel cogliere tutto questo con un tocco naturale ed elegante, con una macchina da presa che sa scomparire negli angoli delle stanze, diventare una spugna immobile che assorbe e restituisce tutti i suoni, i colori, i sapori. I respiri di uomini e donne straordinari perché deboli e sbagliati, perché sanno rendere unico ogni loro gesto, ogni traccia lasciata nel mondo. Così un piatto di cous cous diventa un frammento prezioso, un momento di vita assoluto e inestimabile. Una ragione autentica per essere qui ogni giorno, con la testa alta e gli occhi chiusi, a seminare i nostri campi di sassi.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su giugno 11, 2008.

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