GOMORRA

“[…] per guardare dall’alto il panorama di Sodoma e Gomorra e di tutta la terra del circondario e vide che saliva un fumo dal paese, come il fumo della fornace.”

-Genesi, 19, 28-

Il milione e mezzo di copie vendute urla che l’Italia, attraverso il romanzo di Roberto Saviano, ha letto e sa: le fiamme su Sodoma e Gomorra bruciano ancora, sotto i nostri occhi. Fiamme alimentate dalla violenza, dalla corruzione, dalle intimidazioni, dai traffici illegali, dalla droga. Dalla camorra. Saviano ha esplorato l’Inferno, senza un Virgilio ad accompagnarlo e senza riuscire ad uscire fuori per rimirare le stelle: le sue parole sono pesanti, il successo colossale le rende macigni, e la camorra odia stare sotto i riflettori – morale della favola: lo scrittore vive sotto scorta. Di tutte le perversioni analizzate, di tutti i peccati non espiati, di tutti i pentimenti assenti, di tutti i gironi esplorati nel romanzo, il regista Matteo Garrone ha deciso di narrarne cinque, nell’omonimo film uscito il 16 Maggio e presentato a Cannes due giorni dopo, il 18. La sua Gomorra è fatta di cinque storie, da Scampia a Casal di Principe, da Secondigliano alle cave del casertano. Con le vele sullo sfondo, il sottomarino Don Ciro, porta-soldi del clan, si ritrova nel mezzo della guerra con gli scissionisti, mentre il ragazzino Totò sperimenta i primi gradi di esperienza camorristica. A Casal di Principe, Marco e Ciro decidono di fare tutto da soli: rubano le armi dei clan e cercano di autoelevarsi, tra rapine ed intimidazioni e pippate di coca, al rango di “masti” – perché loro non stanno sotto a nessuno e possono permettersi di ignorare il capozona di turno. Pasquale è il più grande sarto del mondo, ma i movimenti del sistema lo portano a diventare autista dei camion della camorra – rimane, impresso nella sua mente, soltanto il vestito che indossa Scarlett Johansson, fatto le stesse mani ormai piene di calli: rimane, ma nessuno lo saprà. Franco insegna a Roberto a trattare con le fabbriche del nord, a trovare i posti giusti per scaricare rifiuti tossici, a trattare senza scrupoli con famiglie contadine ormai ridotte alla miseria.

Cinque quadri perfettamente alternati l’uno all’altro (un plauso all’ottimo montaggio) in una cornice di sangue, cemento e veleno. Garrone vuole la verità, e per ottenerla si affida ad attori (in parte) presi dalla strada. Al fianco di veterani di set e palcoscenici come Toni Servillo, Gianfelice Imparato e Salvatore Cantalupo, si fanno spazio le ottime interpretazioni di Salvatore Abruzzese (carico di espressività il piccolo Totò), di Marco Macor e Ciro Petrone (davvero stupefacenti), della cantante neomelodica Maria Nazionale (il suo personaggio in più momenti – un gesto, una parola, uno sguardo – mi ha riportato alla mente Rosaria di Vesuviano, interpretata da Laura del Sol ne Il Camorrista di Tornatore). La regia di Garrone tende ad enfatizzare questi tratti di verità (largo utilizzo della camera a spalla), nonché a concedere degli attimi di introspezione ai protagonisti di ogni quadro: in ogni episodio, infatti, c’è una ripresa con lo sfondo completamente fuori fuoco ed il protagonista in risalto. Per quanto riguarda la colonna sonora, si alternano canzoni neomelodiche con i rumori della camorra. Ogni sparo stordisce lo spettatore, come il fruscio del soldi, prolungato e persistente, disturba e disgusta.
Parlare di questo film è impresa alquanto difficile, soprattutto per una persona del sud. Perché questo non è solo un film: è realtà quotidiana. Perché, al di là di polemiche e passerelle, Sodoma e Gomorra continuano a bruciare.

Charlie Brown 666

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~ di Charlie Brown 666 su maggio 20, 2008.

3 Risposte to “GOMORRA”

  1. […] Non resta che leccarci i baffi e aspettare Gomorra. […]

  2. per me istiga solo violenza

  3. istigano alla violenza i film che la celebrano, non quelli che la denunciano. e l’ultima sequenza (bellissima!) baterebbe da sola a trasmetterci il messaggio di Garrone: solo spazzatura, gli uomini e la loro vita e la loro morte (quegli uomini, quella vita, quella morte).

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