With a little help from my friends

Ritrovarsi a suonare la batteria in quella che sarebbe stata la più grande rock band di tutti i tempi poche settimane prima del primo provino per una casa discografica è un evento giustificabile in due modi: o si è particolarmente bravi o si è particolarmente fortunati.

La militanza nei Beatles di Ringo Starr (al secolo Richard Starkey) ha portato moltissime persone a considerarlo l’uomo più fortunato degli anni sessata, anche e soprattutto per la fortunosa serie di eventi che contribuì alla sua entrata nei futuri Fab Four. Pete Best, primo batterista del gruppo, era infatti stato licenziato poco prima della registrazione di Love me do (realizzata da un sessionman): “non è all’altezza”, dichiararono band e produttore e manager. Molto più probabilmente , invece, l’incompatibilità era caratteriale: su questo Ringo (di certo non un mostro con le bacchette in mano) era sulla stessa lunghezza d’onda degli altri tre Beatles, come lui estroversi e pieni di vita. Nel 1962, quindi, incomincia una delle avventure più incredibili della storia del rock’n’roll.

Ringo, negli anni a venire, accettò il ruolo di comprimario (di quarto, insomma): meno bello e meno talentuoso delle stelle Lennon, McCartney ed Harrison, rimase sempre in disparte, concedendo la voce solista a poche canzoni (Yellow Submarine la più famosa) e componendone appena due (Dont pass me by, contenuta nel white album, e Octopus’s Garden in Abbey Road). Il suo drumming style, anche se considerato molto semplice, era contraddistinto da un innato senso del ritmo e, soprattutto, completava perfettamente le composizioni degli altri membri. A volte lo si accusa di mancanza di personalità, ma basta ascoltare una canzone come Come Together per convincersi del contrario.

La seconda metà degli anni sessanta fu molto difficile, per i Beatles: fu in queste occasioni che il carattere pacifico di Ringo riuscì a firmare non pochi armistizi fra i già allora rissosi John Lennon e Paul McCartney. Ma anche l’uomo più paziente del mondo ha un limite, e quando Ringo, durante le registrazioni del white album si rende conto di non essere utile alla causa (le tracce di batteria di Back in the U.S.S.R e Dear Prudence furono registrate da Paul), e decide di andare via da Abbey Road, di disertare le registrazioni. Venne chiamato due settimane dopo: all’entrata degli studios più famosi del rock, George Harrison gli fece trovare un mazzo di rose con un biglietto che recitava semplicemente Welcome Home. Arrivarono poi gli ultimi diffili anni, e l’ultimo concerto – 30 Gennaio 1969, sull’ormai mitico tetto dell’Apple Studios. Dopo lo scioglimento ufficiale dei Beatles, Paul McCartney inviò una cartolina a Ringo, facendogli capire, in poche semplici parole, quello che era stato per il gruppo: You are the best drummer in the world. Really.

Dopo, Ringo continuò ad essere il collante tra gli scarafaggi, suonando sugli album solistici di George Harrison, John Lennon e Paul McCartney e portandoli a collaborare ai suoi lavori. Ancora oggi è un sessionman molto ricercato – sarà per quel suo stile semplice ma inconfondibile, sarà perchè è stato uno dei componenti del più grande gruppo rock di sempre… sarà perchè, in fondo, Ringo non è stato solo particolarmente fortunato. Anche se, e lo sa anche lui, non ce l’avrebbe mai fatta senza un piccolo aiuto dei suoi amici.

Charlie Brown 666

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~ di Charlie Brown 666 su maggio 13, 2008.

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