Disperazione della menzogna. Trilogia della città di K.

È incredibile come tutte le guerre si assomiglino, come sia facile credere al dolore, alla morte, al marciare del soldati, alle frontiere. Alla paura implacabile e affamata. Nella sua prosa perfetta, di innaturale crudeltà, Agota Kristof nega al lettore ogni coordinata storica-geografica: non sappiamo quando o dove sia scoppiato il conflitto, quali le cause, i mezzi, le nazioni coinvolte. E non ce lo chiediamo. Non servono nomi o cifre per entrare nelle macerie di un’umanità che sembra produrre solo la deformazione di se stessa e del mondo. “La vita è di un’inutilità totale, è non senso, è aberrazione, sofferenza infinita, invenzione di un Non-Dio di una malvagità che supera l’immaginazione”.

Una madre disperata affida due gemelli ad un nonna vecchia e sporca, ad una città di frontiera, ad un’infanzia di atroci conquiste. Quasi avessero un’anima sola, i due bambini covano i prodigi della loro spietata intelligenza, allenano il corpo e la mente ad una necessità feroce di morte e soprusi. E quando sono pronti, offrono il padre ritrovato al campo di mine, e si separano: “[…] camminando sulle tracce dei passi, poi sul cadavere di nostro Padre, uno di noi se ne va nell’altro paese. Quello che resta torna in casa di Nonna”.

Da questo momento la struttura del romanzo si scioglie in un vortice di traiettorie di angoscia, il tempo va avanti e indietro, la narrazione è affidata ad un mostruoso gioco di specchi, mentre una ricca galleria di personaggi entrano in scena senza farsi annunciare e altrettanto improvvisamente spariscono dietro il sipario della vita. Non c’è più differenza fra la guerra e la pace, le identità si confondo, si scambiano, si annullano in un castello di menzogne. Quando la vita è insopportabile e il dolore divora il corpo e l’anima, chi racconta, per riuscirvi, deve falsificare i fatti, mischiare le combinazioni, alterare gli avvenimenti, deviare i personaggi. La parola diventa una lama di rasoio che abbandona, nega, inganna il tempo, i luoghi. I morti si confondono con i vivi. Nessun valore, nessuna strada lasciata alla speranza. In un’esistenza sterilizzata dai sentimenti, dove l’amore è un eccesso sconvolto di violenza e solitudine, la menzogna è l’unica vena che alimenta i personaggi, e li costringe alla vita.

Come nel racconto di un bambino, senza prima né dopo, incoerente e perverso nella sua nudità, la lingua della scrittrice ungherese è un bisturi invisibile e continuo. Con le sue dita di chirurga silenziosa, la Kristof cattura impalcabile, uno dopo l’altro, scheletri di impulsi feriti, storditi, impazziti, distorti, mal compresi e mal riposti, nella rete tesa, tagliente della sua pagina. Con un esperimento di stile estraniante e suggestivo, l’autrice sceglie il presente indicativo come metro allucinato e allucinante di una filastrocca crudele. Tutto è presente, senza ricordo e senza sogni, ogni personaggio è gemello dell’altro, è straniero a se stesso. In una città senza nome dove tutto è possibile, ignoto. Tutto è menzogna.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su aprile 30, 2008.

4 Risposte to “Disperazione della menzogna. Trilogia della città di K.”

  1. Nn hai proprio resistito a parlare del libro eh?
    UN libro ke mia letteralmente ipnotizzato…..MI svegliavo la mattina dopo ripensando a ciò ke avevo letto la sera prima…..Mi è entrato nella testa e a fondo.
    Efficace a questo scopo la struttura dei capitoli della prima parte del libro. (In pratica tantissimi capitoli nn più lunghi di due tre pagine) Espediente ke spezza continuamente la narrazione ma la lascia sempre come in sospeso , giusto il tempo di riprendere fiato e rigettarsi nel flusso della storia di un mondo paradossale quanto terrificantemente reale.

  2. verissimo…ogni capitolo è un piccolo schiaffo che lascia un po’ increduli. e la prima parte è forse la più dura e la più immediata

  3. ottima recensione! complimenti

  4. Non so se la prima parte sia davvero la più cruda invece. Le reazioni dei bambini alle sofferenze della guerra sono atroci, ma la parte successiva dello “sdoppiamento” Lucas-Claus l’ho trovato elettricamente angosciante. E l’idea di un diario -di solito l’unico al quale si confida tutta la realtà- , un diario falsificato per rendere il ricordo e la vita meno dolorosi è geniale. La rivelazione del “mostruoso gioco di specchi”, come dici tu.
    Molto bella la recensione,
    R

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