Segreti e bugie

Il realismo/naturalismo (inteso come corrente artistica) viene normalmente associato alla pittura o alla letteratura, a volte alla fotografia. Raramente al cinema. In ambito cinematografico, infatti, si tende a catalogare le opere di forte realismo nella sfera del documentario. Ciò nonostante, molti registi hanno lavorato in questa direzione, in epoche e in paesi lontani, con strumenti e risultati sempre nuovi.
Così, sebbene corrano 1003 anni fra i loro compleanni, e tenuto conto delle infinite differenze imposte dai rispettivi orizzonti artistici e intellettuali, la macchina da presa di Mike Leigh è una degna compagna della penna di Èmile Zola. Il paragone (un po’ semplicistico) potrà far sorridere, ma è stata una suggestione piuttosto forte, ispirata dall’ultima visione di Secrets and lies.

Mike Leigh non ha scritto alcuna sceneggiatura per questo film. Ultimato il soggetto e il casting, si è (letteralmente) chiuso in un appartamento con i cinque attori protagonisti: hanno vissuto, mangiato, dormito insieme per settimane. E hanno sviluppato la storia. I dialoghi nascono dalla condivisione del quotidiano, nascono dal contatto dei personaggi reali, degli attori-personaggi, che lavorano in vista di un ruolo ma con tutta la naturalezza ispirata da una convivenza prolungata. Tanto più che Secrets and lies è la storia di una (qualunque) famiglia inglese.

Hortense è una giovane donna di colore, vive a Londra in un bellissimo appartamento, lavora in un laboratorio ottico come optometrista. Alla morte dei suoi genitori adottivi, tutto quello che conosce della madre naturale è la sua firma su un certificato di adozione. Ma decide di cercarla.
Cynthia è una bella donna, ma non ha mai avuto fortuna con gli uomini: a quindici anni mette al mondo una bambina e la dà in adozione senza regalarle uno sguardo. Sei anni dopo è di nuovo incinta. Ora ha quasi cinquant’anni, lavora in fabbrica e divide una topaia alla periferia di Londra con la figlia Roxanne. Non si è mai sposata. Non ha mai avuto abbastanza amore. Tutto quello che le resta è un fratello, Maurice, che non vede mai e una figlia aggressiva e distante.

Roxanne ha quasi ventuno anni, lavora come spazzina. Non ha mai saputo chi sia suo padre. Non sa di avere, da qualche parte, una sorellastra.

Maurice fa il fotografo. Guadagna bene e può permettersi una casa di quattro stanze. Vuote, perché la moglie Monica non può avere figli e, soprattutto, non vuole che nessuno lo sappia.
Quando Hortense trova il coraggio di entrare nella vita di sua madre, metterà in moto una catena di dolori, rimpianti, rivelazioni, incontri. E grandi scoperte.

La trama è straordinariamente carica, apparentemente ampollosa. A prima vista, sembra pane per i denti di uno squallido fotoromanzo. Ma non è così. In primo luogo, Secrets and lies è un film di dialogo (non succede assolutamente nulla, se non telefonate e scambi di battute fra i personaggi), dura più di due ore e non annoia. I vari personaggi sono legati l’uno all’altro da una rete di segreti e bugie che sembra infittirsi e soffocarli fino alla scena finale, dove avviene lo scioglimento. La sequenza che chiude il film (la festa di compleanno di Roxanne a cui partecipa anche Hortense, spacciata per un’amica di Cynthia) è il risultato di un accumulo di tensione che parte dalla prima inquadratura. In un certo senso, questo film è un thriller psicologico: la soluzione arriva solo negli ultimissimi minuti, quando tutti i personaggi abbattono il muro del silenzio e delle menzogne per condividere, finalmente, la propria parte di dolore. E di colpa. Eppure, la trattazione delle figure e l’atteggiamento di chi racconta la storia non ha niente di psicologico.

La sceneggiatura è fredda e minimalista. La musica è praticamente assente. Gli attori sono uno spettacolo. La regia è quasi invisibile: la macchina di Leigh aspetta che le cose accadano davanti al suo immobile e imperturbabile occhio, senza affrettarle, senza cercarle.

Il dramma interiore dei personaggi si esprime prima di tutto nelle loro azioni e nella naturalezza dei loro rituali quotidiani: non sono cavie in laboratorio, il regista non è un analista ma un artista dell’immagine e della parola, attento a cogliere la realtà che lo circonda.

Per Monica, il vuoto della maternità negata si manifesta nell’ossessiva cura con cui si dedica alla casa: in ogni scena pulisce o decora la sua leziosa tana, dove nascondere il proprio tormento.

La tristezza di Cynthia, la mediocrità della sua vita (una vita povera di affetti e di gioie), è tutta nello squallore alienante del suo lavoro alla catena di montaggio.

Maurice è l’unico personaggio che sa amare tutti, che sa accettare tutti: nel suo studio arrivano persone belle e brutte, buone e cattive, vecchie e giovani, lui le fotografa tutte. A tutti offre la sua attenzione, la sua partecipazione umana, oltre che professionale. Maurice ferma sulla pellicola l’anima stessa dei suoi soggetti. È un confessore, più che un fotografo. Davanti al suo flash scorre una carrellata umana variopinta, nel suo cuore diviso stridono le contraddizioni di un’esistenza ingiusta e terribilmente vile. È l’unico personaggio che riesca a vedere ciò che accade nella sua famiglia: la prima causa di dolore è la vergogna del dolore stesso. “Secrets and lies! We’re all in pain! Why can’t we share our pain? I’ve spent my entire life trying to make people happy, and the three people I love the most in the world hate each other’s guts, and I’m in the middle! I can’t take it anymore!”

Per Hortense, la metafora della vista è ancora più chiara. Lei che passa le giornate ad abbinare ogni occhio al suo occhiale, dovrà trovare la forza di guardare dentro alla propria storia, al proprio passato. La forza di confrontarsi con una donna che è esattamente il suo contrario (per colore della pelle, stile di vita, estrazione sociale, temperamento) ed è sua madre. Alla fine, lei stessa diventerà un’enorme lente attraverso la quale questa famiglia ritrovata riuscirà a guardarsi e riconoscersi.

Secrets and lies è stato premiato a Cannes nel 1996 come miglior film. La stessa giuria ha assegnato a Brenda Blethyn il titolo di miglior attrice, riconoscendo il valore di una performance straordinaria: Cynthia è un personaggio indimenticabile, una bambina troppo cresciuta, più infantile delle sue figlie, spaesata e ingenua in un mondo ostile e incomprensibile.

Il tocco di Leigh è così delicato da sembrare invisibile (come la penna di Zola), così intenso da coinvolgerci profondamente e da farci sentire dentro quelle stanze, seduti a tavola con i personaggi: l’imbarazzo, la paura, la vergogna, la sofferenza, l’astio, l’amore delle sue creature cresce di gesto in gesto, ci cattura con la sua forza spontanea e naturale. Sentiamo che quella sigaretta la stanno fumando davvero, che i battiti del cuore impazziscono, che in un quei corpi c’è il bisogno autentico e negato di un abbraccio.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su aprile 16, 2008.

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