Cat People – Il bacio della pantera

Un capitolo fondamentale della storia del cinema americano porta il titolo di Studio System. Nato nel 1930, il Sistema degli Studios regna incontrastato su Hollywood fino al 1948, anno in cui una legge anti-trust ridefinisce i parametri di competenza, autonomia e potere delle case di produzione. Si tratta di un impianto monumentale fondato sul monopolio delle Big Five: per tutti gli anni 30 e 40 (con lunghi strascichi anche nei decenni successivi) Warner Brothers, RKO, Paramaunt, MGM e Twenty Century Fox controllano la produzione, la distribuzione e l’esercizio cinematografico. Questo significa che, grazie ad una spartizione territoriale del paese, dei teatri di posa, degli attori, degli sceneggiatori, dei registi e di tutti gli addetti ai lavori, le Big Five governano Hollywood senza farsi concorrenza fra di loro (ognuna ha le sue star, i suoi fonici, i suoi autori, le sue sale di proiezione, i suoi rivenditori di popcorn) e impedendo l’accesso al mercato di altre compagnie. Unica eccezione le (allora) Little 3: Columbia Pictures, Universal e United Artist che possono gestire direttamente solo la produzione e la distribuzione dei film (ma non possiedono le sale quindi sono comunque costrette a vendere le loro pellicole ai cinema delle Big 5!!!!).
Lo Studio System ha fatto la storia del cinema occidentale. Le conseguenze di questo fenomeno artistico-economico sono tantissime e tutte della massima importanza per gli sviluppi futuri della settima arte. Ma per introdurre il film di questa settimana ci soffermiamo su una delle strategie commerciali delle Big 5.
All’indomani della grande depressione, il numero di spettatori diminuisce bruscamente. Per affrontare la crisi, gli Studios stabiliscono un nuovo programma di produzione: è necessario realizzare un numero maggiore di film, ma a costi minori. Nascono i film i Bmovies.
Fino ai primi anni 40, nel momento in cui i cinema acquistano una pellicola sono tenuti a comprare a scatola chiusa (spesso senza sapere titolo o regista) un altro pacchetto di film di serie B da affiancare allo spettacolo principale. Per attirare il pubblico nelle sale, infatti, le case di produzione stabiliscono che il prezzo ordinario di un biglietto comprenda la proiezione del nuovo film di successo (quello girato con gradi star, grandi registi, costumi e scenografie costosissime, ecc ecc) e, subito dopo, la proiezione di un Bmovie. La legge del prendi due e paghi uno non è nata nei supermercati.
Si tratta di pellicole molto brevi (in genere sui 70 minuti), a bassissimo budget, realizzate da registi e attori sconosciuti, spesso riutilizzando set e costumi presi in prestito da altri soggetti. Ma i Bmovies vendono bene a arrivano a conquistare il prezzo dell’intero biglietto: superata la fase di stasi, quando i botteghini tornano ad essere affollati, gli Studios decidono di non interrompere la loro distribuzione e di proiettarli in alternativa (e non come supporto) ai film più costosi.
Dal momento che gli investimenti e la posta in gioco sono bassissimi, i produttori possono permettersi di allentare il loro dispotico controllo sugli artisti: i Bmovies sono l’unica apertura nella maglia di ferro dello Studio System, l’unico luogo di sperimentazione e creatività almeno parzialmente indipendente dagli interessi delle Big 5. Se i registi dei grandi colossal hanno sempre un ispettore di produzione accovacciato dietro la schiena (a seguire le riprese, correggere la sceneggiature, imporre un finale diverso….), gli autori dei film di serie B possono godere di un ampio margine di autonomia che, in alcuni casi, darà frutti importanti.
Fermo restando che la stragrande maggioranza di queste pellicole è un banale prodotto commerciale finalizzato al mercato dell’estrema provincia americana, gli storici del cinema riconoscono che alcuni generi (come il noir e il gangster movie), poi approdati nel main stream alla fine degli anni 40, sono nati sotto la stella dei Bmovies, da registi emergenti che hanno trovato spazio e libertà espressiva in questo particolare ambito.
Abbiamo detto il noir e il gangster movie. E l’horror?

Cat People esce nel 1942, prodotto con due soldi dalla RKO. È uno dei Bmovie più importanti della storia del cinema e, già che ci siamo, uno degli horror più belli di tutti i tempi.

Oliver, un anonimo impiegato di New York, incontra Irina allo zoo, davanti alla gabbia della pantera. Bellissima e misteriosa, con un profumo inconfondibile e una luce magica negli occhi: la sposa. Irina lo ama, ma non vuole baciarlo: del villaggio serbo in cui è nata, ancora serpeggia il sangue di una razza maledetta, i Cat People. La donna sa che se mai un uomo proverà a baciarla, lei si trasformerà in una pantera e lo ucciderà.
Ma quando Oliver la abbandona per un’altra, la sua natura felina prende il sopravvento…

Girato in tre settimane, quasi tutto in interni, con un cast di sconosciuti e una sceneggiatura banalissima, Cat People è un gioiello di fotografia, effetti sonori e (soprattutto) montaggio.

Fotografia. Un’atmosfera stregata e calda si respira per tutto il film, sprigionata dagli occhi di gatto della protagonista. Il regista è giocoliere delle ombre, abilissimo nel creare immagini dense e oppressive, pesanti e straordinarimanete corporee sullo schermo. Le scene di tensione sono costruite attraverso l’allusione e l’implicazione, piuttosto che l’esplicazione: Jacques Tourneur non mostra niente, ma suggerisce tutto attraverso un sapiente uso dei movimenti di camera, degli ambienti e degli oggetti. Spade, chiavi, porte, pareti, gabbie, scalinate, acqua: elementi inanimati che diventano presenze orrorifiche. È l’inquadratura stessa, la posizione dell’obiettivo, il taglio di luce a stendere su ogni superficie una patina di malefica inquietudine.

Effetti sonori. Quando l’impiegato dell’accounting office chiese il motivo per cui la troupe di Jhon Cass (direttore del suono del film) avesse lavorato tre giorni più del previsto su Cat People, rimase molto stupito nel sentirsi rispondere che avevano passato un giorno in una fattoria a registrare il miagolio e il ruggito dei gatti e due giorni in una piscina a perfezionare l’effetto di riverbero dell’acqua: non era certo quella la cura di solito riservata a un Bmovie. Lo stesso Cass realizzò dei provini e scritturò un’attrice solo per realizzare particolari effetti vocali, il più possibile vicini al verso di un felino. Il risultato di questi sforzi, allora stravaganti e del tutto sperimentali, è un sonoro ricco ed funzionale, elemento portante nelle scene più paurose. Il rumore dei tacchi, il lamento della pantera, la fodera del divano strappata, l’acqua della piscina, suggestioni uditive perfettamente congeniate ed essenziali per insinuare il senso di pericolo nei personaggi e, quindi, negli spettatori. Come se non bastasse, le trasformazioni di Irina in pantera sono sempre suggerite da suoni, più o meno distinti, ma puntualmente efficaci.

Montaggio. Un piccolo aneddoto per comprendere l’importanza di questo film. Nel 99,9% dei film horror ritroviamo una o più scene in cui tutto (inquadrature, musiche, contesto situazionale) lascia presupporre che stia per accadere qualcosa. Qualcosa di terribile. La tensione sale. Sale. Sale. Finché, quando lo spettatore davvero non ne può più, succede qualcosa che non è affatto terribile. E si riprende fiato. Il così detto falso allarme che in gergo cinematografico viene, ancora oggi, definito Bus effect. Perché? Perché il primo ad utilizzarlo è stato proprio Tourneur in una scena di Cat Peolpe. Alice, la donna amata da Oliver, cammina in una strada buia. Alle sue spalle Irina la segue. Alla sua destra la macchina da presa la accompagna in una carrellata interrotta da tre stacchi (sempre sul vicolo scuro). Ad un tratto non sentiamo più il rumore dei tacchi di Irina. C’è qualcos’altro. E non è umano….Quando la tensione arriva all’apice: un ruggito. Alice grida, ma è solo il rumore del motore di un autobus che è appena arrivato (ma per qualche secondo avremmo giurato che era una pantera!!!). Da questa scena nasce il termine Bus Effect, presente in praticamente tutti gli horror prodotti dopo il 1942.
Ma c’è un’altra sequenza che è considerata come una piccola grande lezione di montaggio. Una sequenza che Dario Argento ha apprezzato come una delle più spaventose di tutti i tempi (in Suspiria ha omaggiato Tourneur inserendo una scena praticamente identica). Siamo in una piscina. Alice sta per entrare in acqua quando avverte la presenza di Irina. Dal momento in cui si tuffa in acqua contiamo 19 inquadrature in poco meno di un minuto. Si tratta di quattro tagli fondamentali ripetuti in sequenza quasi regolare, accompagnati da un sonoro da brivido e arricchiti da una fotografia curatissima, capace di cogliere tutti i giochi e i riflessi di luce sull’acqua e sulle pareti, capace di farci sentire (ma non vedere) l’ombra della pantera….
1-Camera bassa, Alice compare dal lato sinistro e si tuffa in piscina.
2- Stacco sulla parete d’angolo
3- Stacco su Alice. La camera la riprende dall’alto, schiacciandola dentro l’acqua. Inerme. Alice guarda a destra della camera.
4- Stacco sulla parete laterale
5- Stacco. Posizione della camera identica alla 3, ma Alice comincia a girarsi su se stessa da destra verso sinistra. Quando arriva a dare le spalle alla camera l’inquadratura si interrompe.
6- Stacco. Ripete l’inquadratura 2.
7- Stacco. Ripete l’inquadratura 3, Alice ci dà ancora le spalle ma continua il movimento interrotto nella 5: completa il giro su sé stessa guardando in alto rispetto alla camera. Torna frontale e guarda verso l’alto.
8- Stacco con raccordo di sguardo: la camera riprende l’angolo del soffitto della piscina.
9- Stacco. Ripete l’inquadratura 3.
10- Stacco. Ripete l’inquadratura 2.
11- Stacco. Si ripete la sequenza di prima ma molto più veloce. Come nell’inquadratura 5 la camera è su Alice che comincia a girarsi su se stessa (sempre verso destra, ma con un movimento veloce, affannato). Alice ci dà le spalle…
12- Stacco. Ripete la 4.
13- Stacco. Ripete la 7: Alice parte di spalle e completa il giro su se stessa. La sequenza 5-6-7 è praticamente identica alla sequenza 11-12-13 ma nel secondo caso si raddoppia la velocità del doppiaggio e del movimento dell’attrice.
14- Stacco. Ripete la 4.
15- Stacco. Ripete la 3, ma questa volta Alice sta urlando.
16- Stacco. Ripete la 2: la parete d’angolo.
17- Stacco. Ripete la 4: la parete laterale.
18- Stacco. Ripete la 8: l’angolo del soffitto. Le quattro inquadrature fondamentali (2, 3, 4, 8 ) risultano disposte in un’ultima, frenetica sequenza lineare.
19- Stacco. Ripete la 3.
Tecnicamente è una scena estremamente banale. A spaventarci è l’impossibilità di capire se la direzione dello sguardo di Alice corrisponde alle parti della stanza che riusciamo a vedere (sono oggettive o soggettive le riprese della parete???). Le inquadrature sono tutte fisse, semplicissime da realizzate (in teoria bastano 4 ciak di pochi secondi ciascuno). Ma nel 1942 questa era una scena assolutamente impensabile. Una scena che ancora oggi fa discretamente paura. E ci fa capire cosa significhi avere sotto le mani un rotolino di pellicola e doverlo tagliare e incollare per raccontare qualcosa. Una scena che vale la pena di guardare.

Resta da fare una nota sull’interpretazione di Simone Simon, che spicca in un cast decisamente modesto.

Il suo personaggio riesce ad emergere da una sceneggiatura fin troppo essenziale, assumendo tratti estremamente ambigui e non ortodossi per i canoni di quel tempo. La donna pantera si muove con una sensualità tutta femminile, con una femminilità forte e aggressiva che va aldilà della sua natura felina. Irina è una creatura diversa perché segue le sue pulsioni e risponde ai suoi desideri con una consapevolezza e un’autenticità estranea agli altri personaggi. Come in tutti gli horror classici, il male viene dall’Europa (Dracula, Frankenstein), dalle zone più remote e oscure dell’Europa (Transilvania, Serbia), e arriva a colpire la civilizzata America, il suo equilibrato stile di vita. Arriva a minacciare la sua normalità. Oliver e Alice sono due persone assolutamente normali, incapaci di provare sentimenti forti, emozioni travolgenti, incapaci di comprendere l’ossessione di Irina, la sua disperata impossibilità di amare. In un mondo fin troppo razionale, governato dalle inibizioni e dal qualunquismo, i sentimenti femminili più semplici prendono il sopravvento, e le sembianze di una pantera: la gelosia (per l’unico l’uomo che ha amato e che le viene portato via), il disprezzo (per il maschio che vuole possederla senza amarla). Ottusi e insensibili, Oliver e Alice abbandona Irina alla sua disperata condanna. Cinico e corazzato di sicurezze scientifiche, lo psichiatra incaricato di risolvere il caso tenta di sedurla, con metodi tutt’altro che professionali. Peccato che un bacio gli costerà la vita…

F.

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~ di Charlie Brown 666 su marzo 12, 2008.

6 Risposte to “Cat People – Il bacio della pantera”

  1. Complimenti! Mi hai convinto: lo guarderò!

  2. Per definire la potenza delle Major all’epoca basti ricordare che all’inizio gli attori, i quali non venivano citati su locandine e nei titoi, venivano chiamati con nomi come “La tipa della RKO”…

    Si vocifera che l’horror sia nato dalle ceneri di un genere intellettuale europeo degli anni ’20 e smorzato nel giro di poco: l’espressionismo tedesco, che ci ha lasciato capolavori come “il Gabinetto del dottor Caligari”, “Nosferatu”, “Der Golem” e “Metropolis”.

  3. molto molto vero 🙂 … l’horror non è un’invenzione americana. lo dimostra il fatto che i maggiori interpreti (Karloff e Bella Lugosi tanto per dirne due) e registi erano europei. ma certamente questo film, insieme ad altri emersi in queglia anni dalle produzioni meno controllate, ha contribuito allo sviluppo del genere…

  4. Certamente. Anche se poi, subito dopo il dopoguerra l’horror passò nelle mani degli inglesi per tutti gli anni ’60 e ’70 che, grazie a case come la Hammer, ci hanno donato degli splendidi B-Movie!

  5. Uà geniale è incredibile cosa si riesca a fare con una banalissima telecamera

  6. Pensa che con una banalissima telecamera si costruisce la maggiorparte delle comunicazioni giornaliere odierne!

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