Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street

Sweeney Todd, the demon barber of Fleet Street: la dimostrazione che nel cinema (o più in generale, nell’arte) sottrarre è più difficile (e più efficace) che aggiungere.
Un’ambientazione cupa, fantasmagorica, inchiostrata, gotica, macabra fino all’eccesso.
Un personaggio che porta in sé i semi selvaggi della creazione e della distruzione e che ha bisogno di macchine che sappiano esteriorizzare la sua incapacità-necessità di toccare il mondo (le forbici Edward), di vedere il proprio nemico (gli occhiali di Ichabod), di combattere il male (le sofisticate armi di Batman).
Una colonna sonora travolgente che occupa buona parte del film e sa raccontare la storia meglio dei dialoghi.
Scenografie e fondali inconfondibili.
Niente di nuovo. Apparentemente un classico di Tim Burton, con tutti i suoi marchi di fabbrica. Eppure Sweeney Todd è una grande momento della carriera del regista, è un film netto, deciso, essenziale. Stilizzato. Un film realizzato per sottrazione.
Niente ironia, niente trovate istrioniche, niente figure poetiche: solo terrore, terrore, terrore, terrore.

Come tutti gli eroi di Burton, Benjamin Barker è una creatura di luce e di ombra. Fragile e feroce. Torna a Londra dopo quindici anni di prigione, per vendicarsi dell’uomo che l’ha fatto condannare innocente, che gli ha strappato la moglie e la figlia.
Benjamin Barker torna nella sua bottega. Riprende la sua attività. Indossa un maschera, diventa Sweeney Todd. I suoi rasoi sono strumenti di morte per riscattare la perdita delle persone amate. Ma questa volta, a Burton non interessa tutto questo: il conflitto fra luce ed ombra, fra Jekill e Hyde è presto risolto, o meglio scartato. L’identità segreta del barbiere di Fleet Street diventerà la sua vera, unica natura. L’ombra prende il sopravvento. Della luce non resta traccia. Il protagonista non è affatto diviso, combattuto: Sweeney Todd è un romantico eroe dannato, votato ad una missione di morte per quale si consuma interamente. Per la quale vive tutto se stesso. Malvagio, implacabile, nutrito da una maledizione esistenziale che avvolge ogni cosa senza lasciare spazio ad altre pulsioni, ad altri destini. Benjamin Barker è solo un corpo sfiorito in cui si annida il male. Un corpo di cui il male si serve per coltivare l’odio più nero verso l’intera umanità. L’amore per la moglie e la figlia è solo un richiamo appannato e indefinito. Un pretesto doloroso. La sua vendetta non può spegnersi con la vita dell’uomo responsabile delle sue sciagure. Il giudice Turpin è il suo mortale nemico, è la sua ossessione, la sua malattia. Ma Sweeny Todd non vuole guarire. Non fa nulla per raggiungerlo, non ha fretta di compiere il suo disegno. Resta chiuso nella sua bottega, aspetta ed accoglie i clienti (senza distinzione di ceto, razza, età) e li sgozza. Uno dopo l’altro, con imparziale ed efferata sistematicità.

“They all deserve to die/Tell you why, Mrs. Lovett, tell you why/Because in all of the whole human race, Mrs. Lovett, there are two kinds of men and only two/There’s the one staying put in his proper place and one with his foot in the other one’s face/Look at me, Mrs Lovett! Look at you!/ No, we all deserve to die/ Even you, Mrs Lovett, even I!”

Nel suo pallore incantato di folletto e di strega, bellissima e terribile Mrs Lovett è l’altra faccia di Sweeny Todd. Morbosamente innamorata ma crudele, gelida ma sensuale. Sorprendentemente spietata. Col piglio pratico della donna d’affari cresciuta nella Londra della rivoluzione industriale, non si fa scrupolo di rilanciare la sua osteria farcendo i pasticci con la carne degli sfortunati clienti del suo adorato barbiere. Dopo tutto, cosa fanno tutta la vita gli uomini se non mangiarsi l’un l’altro? La poltrona truccata di Sweeney che permette di scaraventare direttamente ai piedi del forno i cadaveri appena sgozzati, è un’allucinata metafora del sistema capitalistico, dei suoi ingranaggi e dei suoi processi di cannibalismo.

I due protagonisti (e questo è certamente nelle intenzioni dell’autore) risultano ancora più tetri e maligni dell’umanità a cui hanno dichiarato guerra. Tutta la trama, in realtà semplicissima, praticamente senza sviluppo, è il requiem implacabile della loro disperazione. È il racconto di un universo orrorifico dominato e attraversato dal sangue che zampilla, si addensa, sgocciola come la partitura delle canzoni.
Efficace e ben congeniata, la colonna sonora sa inserirsi nel tessuto narrativo senza appesantirlo, esprimendo al massimo l’interiorità dei personaggi e mantenendo l’atmosfera ad un livello di inquietudine crescente.

Ottime le performance dei due protagonisti. Johnny Depp è una statua di ghiaccio che sa cantare (oltre che con una voce bellissima) con gli occhi. Inquietante, impenetrabile, diabolico. Con quel fascino raccapricciante che solo il male può avere. Helena Bonham Carter anima il suo personaggio di una mortifera vitalità, pronta a riflettere mille sfumature e impeccabile nei numerosi brani da solista. Fantastici i due antagonisti: Alan Rickman e Timothy Spall.

Meritatissimo l’Oscar per le scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo che incontrano una fotografia spettrale, carica di filtri. Il risultato è una Londra senza colore, quasi un’enorme fogna a cielo aperto dove ogni cosa è marcia, putrida. Potrebbe sembrare una pellicola in bianco e nero, se non fosse per il i verdi lividi che si accendono nel grigio, per il sangue rosso da far male agli occhi.

“Here’s a hole in the world like a great black pit, and it’s filled with people who are filled of shit, and the vermin of the world inhabit it, and it goes by the name of London.”

Secondo alcune fonti, la Londra del Settecento ha conosciuto il vero Sweeney Todd, un barbiere autore di 160 omicidi. Altri escludono che si tratti di un fatto di cronaca, il personaggio sarebbe nato dalle pagine del romanziere Thomas Peckett nel 1846. In ogni caso, questo Figaro dalle lame insanguinate ha avuto molta fortuna nel teatro inglese, diventando un musical nel 1979. È proprio da quest’ultima opera, firmata da Stephen Sondheim, che Tim Burton ha tratto il soggetto del suo film, scegliendo una trama certamente congeniale al suo stile, alla sua tecnica, alle sue esperienze. Questa volta, però, c’è il segno di un autore estremamente maturo che non ha più bisogno di ingraziarsi il pubblico, che non scende a compromessi e non ha paura di rischiare troppo.
Una regia sporca che sembra evitare le profondità di campo, risolvendo sempre con il fuori fuoco: così i primi piani risultano avvolti da una nebbia indefinita che distrae e disorienta, i luoghi risultano minacciosi anche se già noti. L’uso del colore, delle superfici di vetro, degli specchi, gli consento di deformare le forme in giochi di distorsioni sempre più estremi.
Le scene di sangue sono dirette (una sfida continua alla resistenza del pubblico), spesso rinunciano alla suspence per essere quanto più brutali, dirette.
E brutale è l’atteggiamento del regista verso le sue stesse creature, private anche dell’ultima via di fuga, sigillate in una composizione (una Pietà) sconsacrata e oscena.
Lasciate sprofondare nei liquami dell’odio umano.

“These are desperate times Mrs. Lovett and desperate measures are called for…”

F.

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~ di Charlie Brown 666 su marzo 4, 2008.

2 Risposte to “Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street”

  1. un soggetto perfetto per un altro capolavoro di Burton…ma se il nostro caro Tim si permette di fare una versione dark di “Alice nel paese delle meraviglie”..per me ha kiuso

  2. Alice nel paese delle lamette!

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