Non è un paese per vecchi

C’è una leggenda che muore nel sangue. Scorre, brucia e scompare. Nella terra arida delle praterie gialle, delle strade che pungono l’orizzonte. La leggenda del west al suo straziato epilogo. Questo è il Texas. Questo non è un paese per vecchi.

Scordiamoci il mito della frontiera come il cinema lo ha consacrato in centinaia di pellicole.
Scordiamoci gli ultimi Coen, puliti, giocosi e divertenti.
Il confine con il Messico è una lama arrugginita che fa sempre più male. Specie se a raccontarla è Cormac McCarthy, il cantore solitario di El Paso. Specie se Joel e Ethan ritrovano i vecchi toni di Fargo. Ma, questa volta, alzano il volume.

Campi lunghissimi che opprimono, paesaggi infiniti che imprigionano. Lo spirito di John Ford guida le prime scene del film, ma non c’è traccia della maestà incantata del suo west. C’è un deserto opaco tempestato di cadaveri: uomini, cani, terra e mosche. Una poltiglia di morte senza contorni. Qui Lewelyn Moss (un reduce del Vietnam, di mestiere saldatore) troverà una borsa piena di soldi.
Le cose capitano. Non si può tornare indietro.
“I’m fixin’ to do something dumber than hell, but I’m going anyways.”

No country for old men è la storia di un inseguimento.
Una banda di corrieri messicani rivogliono i loro soldi. E inseguono Lewelyn Moss.
Anton Chigurgh uccide per vivere. Vive per uccidere. Non si cura dei soldi. Non ha padroni, non fa gli interessi di nessuno. Nemmeno di se stesso.
“You can’t make a deal with him. Even if you gave him the money he’d still kill you. He’s a peculiar man. You could even say that he has principles. Principles that transcend money or drugs or anything like that. He’s not like you. He’s not even like me.”
Anton Chigurgh è il male. E insegue Lewelyn Moss.
Ed Tom Bell è un vecchio sceriffo che guarda la fine della sua storia. Guarda morire questo nuovo mondo, perché il suo è già sepolto da un pezzo. Nella rassegnazione consumata del suo viso, la rattrappita ostinazione di capire. Di spiegarsi tutto questo. E insegue Lewelyn Moss.

È il grande ritorno dei Coen. Perfettamente a loro agio nelle splendide scene in esterni, nel confrontarsi con un testo straordinario e complesso come quello di McCarthy (autore, fra l’altro, dell’indimenticabile Trilogia della frontiera e vincitore del premio Pulizer nel 2007 per La strada).
La fotografia (livida, cupa, spettrale) trasforma i motel in paesaggi lunari dove anche l’ultima parte di ossigeno è diventata sabbia.
Montaggio e ritmo impeccabili. Una sceneggiatura che procede inesorabile in una spirale di violenza e ironia che, una volta avviata, non c’è modo di fermare.
Lontanissimi dalle compiaciute coreografia tarantiniane, le scene di sangue scandiscono tutta la durata del film, ma non sono mai forzate o eccessive: seguono il flusso naturale dei dialoghi e delle inquadrature, non rappresentano quasi mai dei veri e propri picchi di tensione. La violenza è solo un aspetto dei personaggi. Come la loro voce, il colore dei loro occhi. Personaggi che uccidono come camminano, come guidano una macchina, come aprono una porta. Gli omicidi di Anton Chigurgh sono Anton Chigurgh. E come lui sono asettici e (soprattutto) inevitabili.

Straordinaria l’interpretazione di Javier Bardem (anche se metà dell’Oscar spetta al suo parrucchiere!) che fa rivivere un personaggio difficile da immaginare fuori dalla pagina del romanziere texano: un fantasma nero, un emissario di morte, una maschera impassibile (a tratti gelidamente ironica), un corpo irrigidito che solo, in un formicaio di esistenze spente ma inconsapevoli, porta dentro la certezza dell’unico destino concesso all’umanità.

Resta da spiegare come un film del genere (duro fino all’eccesso, con un finale terribile e un messaggio oltremodo inquietante) abbia potuto ricevere tante statuette: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore non protagonista. Un segnale positivo, senza dubbio. Forse, un segno dei tempi per un’America che ha paura del buio e cerca le ultime scintille di un mondo che invecchia.

“He just rode on past… and he had his blanket wrapped around him and his head down and when he rode past I seen he was carryin’ fire in a horn the way people used to do and I could see the horn from the light inside of it. ‘Bout the color of the moon. And in the dream I knew that he was goin’ on ahead and he was fixin’ to make a fire somewhere out there in all that dark and all that cold, and I knew that whenever I got there he would be there. And then I woke up.”

F.

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~ di Charlie Brown 666 su febbraio 27, 2008.

9 Risposte to “Non è un paese per vecchi”

  1. Quindi merita? Io sono incuriosito, per saltare da un genere all’altro, da Persepolis…

  2. merita merita…eccome se merita 😉

  3. Uno degli aspetti che più mi ha colpito di questo film, è stata la quasi totale assenza della musica. Lo spettatore percepisce il respiro dei protagonisti, il verso raggelante, nero della jeep di Chigurgh, i vetri infranti delle due auto alla fine del film… il commento musicale sarebbe pleonastico, e controproducente. Non è nello spirito di QUEST’opera, che mi sembra essere tutto fuorché involuta.

  4. io non ho capito il film..lo guardato ma non l ho capito..e neanche il finale…

  5. chi me lo spiega?

  6. @ daniela: e chi mi spiega cosa vuol dire non capire un film?
    hai mai chiesto a qualcuno di spiegarti un brano di mozart?
    se i film si potessero spiegare sarebbero teoremi o partite a scacchi. come tutte le forme di arte non sono sistemi chiusi, ma incompleti e spalancati: aperti ad un’interazione col “pubblico” che non può non reagire, non può non dare una risposta (anche uscire da un cinema dopo 20 minuti o chiudere un libro dopo 20 pagine è una risposta!!!).
    una peculiarità del cinema (e della musica) è quella di raggiungere un numero altissimo di persone nel mondo, e quindi moltiplicare nel tempo e nello spazio il suo potere comunicativo (è un dato di fatto che gli spettatori potenziali di una pellicola sono centinaia di volte più numerosi di quelli di un quadro o di un’opera teatrale). per ogni spettatore c’è una risposta diversa. la mia l’hai letta nell’articolo.
    ho sentito in giro che il film dei Coen ha generalmente deluso il pubblico. e questo, a mio parere, per problemi legati alle leggi di mercato. Non è un paese per vecchi è stato presentanto in una veste che gli sta 10 taglie stretta: come un thriller fresco di oscar, violenza e suspence. il pubblico è stato caricato di aspettative che non potevano non essere deluse. anche gli oscar, a volte, ingannano.
    ti consiglio di rivedere il film, magari con più attenzione, magari dimenticando l’idea che ti eri fatta guardando il trailer. poi se ti venisse voglia di leggere il libro….
    quanto all’immagine finale, per me la suggestione è stata quella del male che si allonatana, nero e invisibile in un mondo pulito di ragazzi per bene che corrono in bicicletta per tranquilli viali alberati. il male che si allonatana e non è ancora sconfitto. zoppica (come il diavolo nella tradizione popolare!!!) ma non si ferma. e non si fermerà mai. (suggestione, del resto, terribilmente semplice….)
    in chiusura, il racconto del sogno dello sceriffo è così chiaro che diventerebbe didascalico se non fosse per la straordinaria interpretazione di Tommy Lee Jones….
    buona (seconda) visione…. 😀

  7. io ho trovato questo film fantastico.. l’interpretazione di Javier Bardem è impressionante(e anke i suoi capelli!!! xD)
    la sua freddezza,la sua impertuebabilità lasciano di stucco.
    bello,bello,bello,bello… io l’ho già visto 3 volte! 😀

  8. mmm…ci vuole l’arte a non comprendere! riguardalo!

  9. o un po’ di distrazione 😉

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