Adua e le compagne

Il 20 Settembre 1958 entra in vigore la legge Merlin, approvata sei mesi prima dal parlamento italiano.

[…] È vietato l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello Stato e nei territori sottoposti all’amministrazione di autorità italiane.
Le case, i quartieri e qualsiasi luogo chiuso, dove si esercita la prostituzione, dichiarati locali di meretricio ai sensi dell’art.190 del T.U. di P.S. 18 giu. 1931 n.773 e delle successive modificazioni, dovranno essere chiusi entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge [19 set. 1958].
[…]

L’avvenimento, che segnò una svolta nel costume e nella civiltà dell’Italia moderna, venne visto da alcuni come l’inizio di una nuova era, da altri con timori verso conseguenze quali gravi epidemie di malattie veneree ed il dilagare delle prostitute nelle strade delle città. La legge però, di fatto, restituì la libertà ad oltre duemila schiave del sesso, fino ad allora doppiamente oppresse, tanto dai loro protettori e dallo Stato che sulla loro pelle lucrava introiti.

Il 20 Settembre 1958 quattro donne lasciano la loro casa nel cuore di Roma, aprono un conto corrente con tutti i loro risparmi, affittano un casale in campagna, chiedono la licenza per aprire un ristorante. Il loro piano: continuare a fare l’unico lavoro che (così credono) sanno fare. Dietro la facciata di una rustica trattoria, vogliono creare un bordello clandestino: i clienti saranno serviti al tavolo, certo, ma le stesse cuoche e cameriere si alterneranno per un regolare servizio in camera, al piano di sopra. E questa volta, senza padroni, senza protettori, senza essere sfruttate. La legge le ha rese libere, ma non si cambia vita in un giorno. La legge le ha rese libere, ma diverse: i loro nomi sono schedati e la procura di Roma rifiuta la concessione della licenza.
Per Adua e le compagne non c’è altra soluzione che rivolgersi ad uno spietato (ma rispettabilissimo) uomo d’affari: il commedator Ercoli acquista terreno e casale, ottiene senza problemi la licenza. E in cambio? Solo un milione di lire al mese.
“Di cosa vi lamentate? Articoli come voi fanno anche il doppio al mese!”
Ma quando il ristorante apre, accade qualcosa che Ercoli non aveva previsto: le quattro prostitute scoprono il sapore di una vita vera, di una vita che non è solo rispettabile, ma fatta di serenità, di lavoro, di fatica, di sentimenti autentici e di emozioni nuove. L’emozione di essere donne, come non lo erano mai state. E ognuna di loro, ognuna con il suo carattere (l’autoritaria, la responsabile, l’ingenua, il maschiaccio), ognuna un modo diverso di vivere la propria condizione, la propria sessualità, ognuna si scoprirà in cerca di qualcosa di più. Adua (Simone Signoret, splendida), “il capitano“, la più dura, la più rassegnata, si innamora. Per la prima volta scopre cosa significhi desiderare uno e un solo uomo (e non uno qualunque: un irresistibile Marcello Mastroianni), cosa significhi farsi spezzare il cuore, da un uomo. Marilina (Emmanuelle Riva), puttana per piacere più che per necessità, decide di prendere il figlioletto illegittimo, cresciuto dalla balia, e di farlo vivere con lei e le zie nella trattoria: scopre la maternità. Lolita (Sandra Milo), la più giovane, la più ingenua e smaliziata, capisce che la vita non è fatta solo di giarrettiere e scollature. Millì (Gina Rovere), la più umile, la più saggia, accetta la proposta di matrimonio di un timido geometra, cliente abituale del ristorante. Quando Ercoli torna a far valere i suoi diritti, troverà quattro donne profondamente cambiate, pronte a scegliere. Ad essere se stesse. Ad essere, ancora una volta, sconfitte.

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Adua e le compagne (diretto da Antonio Pietrangeli nel 1960) è un’opera dall’accento neorealista (o meglio, tardo neorealista), al limite tra il film di denuncia e lo stile (solo estetico) della commedia all’italiana. Un tono dolce ma amaro, duro ma continuamente illuminato dalla freschezza del cast e delle musiche di Piero Piccioni, accompagna una sceneggiatura equilibrata e piena di trovate (non per niente porta la firma di Ettore Scola e Ruggero Maccari).

Terribile (ma indimenticabile) il finale: Simone Signoret che si trascina per le strade di Roma, quasi impazzita sotto una pioggia di illusioni e sogni infranti.
Terribile l’immagine di un’Italia del boom economico dove non esiste più giustizia, non esiste più futuro.
Semplice ma intensa, una sequenza racchiude l’essenza di tutto il film: Millì che si arrampica sulla collina buia dietro il casale, la prima notte dopo la chiusura delle case. Intorno ad un cespuglio volano delle lucciole. E lei si ferma, le guarda, cerca di prenderne una nel palmo della mano. È una bambina e una puttana. Sembra uscita dalla canzone di De Andrè. È una lucciola, anche lei. Una donna.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su febbraio 20, 2008.

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