The Big Bogie

“Alcuni lo vedevano solo come un ubriacone umorale, uno che passava di bar in bar, dedito a scherzi di cattivo gusto con accessi di sadismo, un cinico con più di un pizzico di paranoia, che lo istigava a pungenti attacchi verbali contro chiunque rivelasse il più vago accenno di autorità o di ostentazione, o il più lontano sospetto di omosessualità. Altri, che lo conoscevano bene, lo trovavano gentile, galante, modesto, pieno di una vena comica benevola o triste, cortese con gli sconosciuti e profondamente sensibile, in modo sommesso, con gli ospiti timidi o esclusi dal gruppo”.
Alistar Cooke a proposito del suo amico Humphrey Bogart.

“But I suspect, Ricky, under your cynical appearance, you’re sentimental”.
Il Capitano Renault a proposito di Rick, in Casablanca.

Humphrey Bogart aveva una gamma ridottissima di manierismi vocali e corporei e si sentiva a suo agio solo interpretando un ruolo adatto agli aspetti del proprio carattere.
Brevissimo fu il suo periodo di vero successo: quindici anni ai vertici della professione, dopo più di quattro decenni di sforzi, sconfitte, false partenze, errori di calcolo, matrimoni falliti, film falliti, delusioni, infelicità. È la storia di quei quarant’anni che brucia ancora e sempre nelle infinite sigarette di Rick, nell’incredibile flemma di Harry Morgan e di Philip Marlowe. Il peso della sua esperienza e l’energia e l’intelligenza con cui a volte (ma non sempre) la portava sullo schermo, si fondevano in una personalità più grande del cinema stesso.

Il personaggio Bogart nasce in Casablanca. Nasce dal nulla, da una sceneggiatura fatiscente, scritta durante le riprese da autori sempre diversi, sul set di una pellicola dalla genesi incerta, apparentemente destinata ad essere un clamoroso flop.
È la presenza di Bogart a tenere insieme il film, la sua indimenticabile interpretazione realizza quella perfetta combinazione di durezza e attraente vulnerabilità, forza e impotenza, che conquisterà generazioni di spettatori.
Il pericolo più grande del copione era di offrire al protagonista la tentazione di cadere nell’autocommiserazione, ma Bogart ha tenuto lontana quella possibilità e ha trasformato il plausibile cuore spezzato di Rick in una qualità tipicamente americana: quella che Michael Wood, nel suo libro L’America e il cinema, ha descritto come “un sogno di libertà che si rivela in molti luoghi e molte forme, che si cela in fondo a vari tipi di isolazionismo e dietro a qualsiasi cosa si definisca individualismo, che trasforma l’egoismo da una specie di vizio a una specie di virtù, e che conferisce alla solitudine un fascino speciale, luminoso”.
Gli occhi di Rick, mentre svuota il bicchiere già vuoto, nel locale buio, aspettandola, sono forse la cosa più luminosa mai riprodotta su pellicola.

bogart.jpg

Negli anni seguenti, Bogart ha interpretato variazioni su questo tema in un film dopo l’altro, alcuni dei quali straordinari, altri appena mediocri. Il successo dipendeva in gran parte dalla qualità dei suoi collaboratori. In The Big Sleep e in To Have and Have Not, Howard Hawks aveva colto al volo l’essenza del personaggio Bogart e aveva saputo esattamente come sfruttarla. Nicholas Ray aveva rischiato grosso dando spazio agli aspetti più violenti, disturbati della personalità dell’attore: In a Lonely Place è un film splendido e per lo più sconosciuto o sottovalutato, con un protagonista costruito perfettamente sul volto di Bogart. Con una delle più belle interpretazioni di Bogart.
Ma accanto a questi grandissimi registi, c’era chi si limitava ad abbozzare un antieroe disilluso e stanco della vita, piazzarlo in un’ambientazione esotica, architettare un cambiamento dell’ultimo minuto dalla neutralità all’idealismo…e, voilà, ecco pronto il nuovo Casablanca.
Tra il 1942 (anno di Casablanca) e il 1957 (anno della sua morte a 58 anni) Bogart ha interpretato 28 film: più della metà sono davvero modesti. Appare sminuito da un ruolo ormai stereotipato in Scirocco, impacciato in una commedia come Sabrina, eccessivamente caricato in un polpettone avventuroso come The Caine Mutiny. Ma non era solo una questione di genere: anche in film come Dead Reckoning e Dark Passage, esperienze comunque valide e importanti nella sua carriera, non era più lo stesso Bogie, non c’era più quella naturalezza sfacciata ma discreta, quella autenticità nello stare sullo schermo. Guardando queste opere, si ha come l’impressione di essere arrivati troppo tardi, di aver perso il momento irripetibile e inestimabile in cui Humphrey Bogart aveva dato se stesso al cinema, aveva fatto di se stesso il cinema. Aveva creato un genere tutto suo, che non era più il noir, non era più il film di detective o di gangster. Era un genere che, per definizione, poteva avere un solo interprete.
Quel momento di straordinaria espressione artistica e umana, era durato poche pellicole, poche scene, pochi fotogrammi se paragonati all’intera carriera dell’attore. Ma aveva segnato la storia del cinema, e la storia della sua vita: non è un caso, forse, che scintille di quella luminosa solitudine tornino proprio nel suo ultimo film, nell’amaro, consumato protagonista di The Harder They Fall.

Ci sono scene di Casablanca che potrei giurare di conoscere a memoria. Ed ogni volta mi sorprendo e smentisco ed emoziono.
Marlowe ha un modo sempre nuovo di accendere l’interruttore della luce, di toccarsi l’orecchio. Di attraversare una stanza, di stringere il volante.
C’è una vita così forte in quelle immagini che si impone sulla storia e sui dialoghi e sui movimenti di macchina. Diventa azione, gesto, scatto impercettibile di un labbro o una palpebra. Diventa Humphrey Bogart: è lui, non il film, che stai guardando. È il suo sorriso cinico e disarmante, la sua sensibilità, il suo protervo individualismo, la sua aggressività, la sua rabbia alcolica, il suo amore tempestoso e infelice per le donne. Il suo amore tempestoso per una vita breve, difficile, legata a filo doppio con il mondo del cinema. Nel Rick’s American Bar, tra quei tavolini affollati e quel pianoforte magico, Humphrey Bogart ci ha lasciato i suoi ripianti, le sue disillusioni, le sue domande. Forse, anche qualche risposta, ma nascosta dal velo di un umorismo mordace e scostante che non ci consente mai di avvicinarci troppo. Ci costringe a rivedere e rivedere e rivedere ancora il film. Non ci permette mai di conoscerlo fino in fondo.

“I kissed him, but I never knew him.”
Ingrid Bergman

.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su febbraio 13, 2008.

Una Risposta to “The Big Bogie”

  1. Commovente. Titolo azzeccatissimo: The Big Bogie. Non poteva essere altrimenti. Uno dei miei attori preferiti in assoluto.

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