McCabe and Mrs. Miller

McCabe and Mrs. Miller (1971) è il settimo lungometraggio e l’unico western di Robert Altman. Un regista che, in cinquanta anni di carriera, ha sempre cercato di raccontare una e una sola storia: l’America.
In McCabe and Mrs. Miller l’America è il Klondyke della caccia all’oro, la nascita di una civiltà, la mitologia ancora una volta rivisitata, criticata, distrutta, e riproposta del western, terreno d’eccellenza delle allegorie come degli psicodrammi della cultura statunitense di massa.
Lento, legato a una sottile concezione del tempo e del tempo storico, il film ritrae una sperduta comunità pionieristica immersa in una terra bianca, gelida e sporca. Fatta di miniere e di silenzio. Di uomini senza storia. Poi un giorno arrivano loro: l’avventuriere, giocatore d’azzardo McCabe (un ingenuo sbruffone che vorrebbe fare la parte del furbo) e la prostituta Mrs. Miller (una furba che lo è troppo e che non ha più forza per esercitare davvero la sua furbizia). I due si associano per costruire e gestire un bordello (ma uno di classe, corredato di bagno, vere lenzuola, arredamento sofisticato), per far nascere la civiltà anche in quelle lande estreme. In quel paese di nessuno dove due edifici crescono (chiodo dopo chiodo, trave dopo trave) insieme al film: il bordello dei due furbi, unico spazio di incontro e scoperta, di vita e di calore, e la chiesa, che rimarrà vuota e incompleta, che non è di rifugio a nessuno, simbolo inerte di una comunità che non trova se stessa perché cresce senza radici. Ma nella loro grande impresa (si perché in questo western non si inseguono banditi, non si massacrano gli indiani, non si conquistano terre incontaminate, si cerca di far soldi con un bordello) i due individualisti partono sconfitti: ci sono ladri più ladri di loro, ci sono sfruttatori più sfruttatori di loro, ci sono furbi più furbi di loro. C’è la grande impresa monopolistica che vuole il controllo anche del tempo libero, che frutta, che serve. C’è la resa dei conti finale in cui i due individualisti, i due capostipiti di una civiltà capitalistica affamata e avida, sono sconfitti dal sistema (anche lui neonato, ma già gravoso e spietato).

Il tono di Altman è quello delle canzoni malinconiche e spente di Leonard Cohen (davvero perfetta la sua colonna sonora), la naturalezza del suo tratto permette l’efficace definizione dei caratteri, consente di indugiare per lunghe e bellissime descrizioni di paesaggi, ambienti, atteggiamenti, dialoghi che si affastellano banalmente in una quotidianità dura e noiosa.

Il film è sì leggibile come un rigoroso discorso sull’origine e la natura della civiltà americana (i riferimenti alla struttura attuale sono più che trasparenti), ma il primo livello di lettura (e sicuramente il più interessante) è quello di un’indagine e di una scoperta di un mondo di immagini e di atmosfere, di ritmi e di colori perduti. Il merito del regista non è tanto quello di aver distrutto ciò che i vecchi western esaltavano, capovolgendo un genere e riscoprendovi nuove potenzialità, quanto quello di aver realizzato un’opera di rara ricercatezza formale e forza narrativa. Così il ponte instabile sopra il lago ghiacciato, i corridoi arrossati del bordello, i cappelli impolverati dei minatori, ogni oggetto risulta incredibilmente vero e impregnato di vita, di storia.

La pazzia del pastore, l’esuberanza delle prostitute, l’amore di McCabe, la meschinità dei coloni, ogni personaggio diventa una forza spontanea e immotivata, pronta ad affondare e scomparire in quel mare di neve appestato, marcio. Sporco. Nella straordinaria fotografia di Vilmos Zsigmond ogni cosa è incredibilmente sporca, opaca, trasandata. Ogni cosa è nuova, anzi, è ancora in costruzione, ma ogni edificio che nasce è già consumato e sudicio e impregnato di fango. E questo binomio (nascita/degrado) accompagna tutto il film, veicolato da una scenografia molto efficace e particolarmente curata: Altman ha fatto costruire tutte le location con strumenti e materiali d’epoca, usando gli stessi progetti, lo stesso legname e (così si racconta) addirittura gli stessi chiodi.

Il vecchio west diventa un mondo rattrappito in una fisicità esasperata, aldilà di ogni coscienza e di ogni eroismo, dove la realizzazione personale è destinata al fallimento e la storia si muove lenta, beffarda e feroce. Al suono di un vecchio carillon.

“If a frog had wings, he wouldn’t bump his ass so much, follow me?”

F.

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~ di Charlie Brown 666 su febbraio 6, 2008.

Una Risposta to “McCabe and Mrs. Miller”

  1. Sembra moooooooooooooooooooooolto interessante! Lo vedrò sicuramente, subito dopo aver completato la trilogia del dollaro di Leone!

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