Glengarry Glen Ross

“Because only one thing counts in life: get them to sign on the broken line!”

Una città americana senza nome. Una notte di pioggia. Nella filiale di un’agenzia immobiliare, un cambio al vertice stabilisce una nuova soglia di produttività, sotto la quale c’è il licenziamento immediato. Con qualche differenza di carisma (chi cerca di fare il duro, chi si sente sconfitto, chi non vuole accettare la nuova situazione, chi non si cura di niente e di nessuno), gli impiegati sono tutti dei disperati. Hanno una settimana per vincere una Cadillac o per finire in mezzo alla strada. Si lasciano umiliare, annullare da una logica inumana, avvertendone le contraddizioni, le condizioni avvilenti, ma senza riuscire a liberarsene. Un uomo che non sa fare il suo lavoro non è niente: il loro stesso valore, la loro fiducia in sé stessi, i loro atteggiamenti verso l’altro e la loro stessa cognizione di sé dipende esclusivamente dal loro tasso di produttività.

In un mondo dove tutto è merce, tutto si vende e si compra, ogni comunicazione, ogni relazione nasconde un secondo fine, una trappola, una messa in scena. I salesmen diventano grotteschi burattini, maschere che schizzano affannate dai locali notturni alle case dei clienti ricchi e indifferenti, per poi ricadere inevitabilmente nel loro ufficio, microcosmo a porte chiuse dove ognuno lotta per la sopravvivenza. E ognuno è disposto a tutto pur di non affogare. Ma nella disperazione di un naufragio, ancora provano il brivido della corsa al successo, l’estasi della competizione: le uniche reazioni umane possibili e (oltre che incoraggiate) concesse.

Tragedia dei giorni nostri, corale, claustrofobica e convulsa, Glengarry Glen Ross (titolo italiano: Americani) è un bellissimo esempio di cinema di parola: girato praticamente dentro una sola stanza, procede per inquadrature fisse, dialoghi serrati. Un cinema che necessariamente si regge sul mestiere degli attori e che, in questo caso, si avvale di uno dei cast più strabilianti degli ultimi dieci anni: Al Pacino, Jack Lemmon, Alec Baldwin, Ed Harris, Jonathan Pryce, Kevin Spacey.
Tratto da una pièce di David Mamet, qui anche sceneggiatore, il film racconta l’altra faccia del successo americano e tutti i compromessi (e i fallimenti) che si consumano nel suo nome.
La regia di Foley ha il merito di assecondare intelligentemente una scrittura senza momenti di pausa, fissandosi soprattutto sui primi piani degli attori (tutti perfetti), senza tralasciare una particolare cura per la fotografia e per l’andamento cromatico dell’immagine (il rosso del locale, il blu verdastro dell’ufficio, colori che sono veicoli di ritmi narrativi ed emozionali).
Spicca su tutti (e su tutto), la straordinaria interpretazione di Jack Lemmon: misurato eppure straziante, porta sullo schermo la maturità impagabile di 40 anni di cinema (allora, nel 1992, aveva 67 anni) e, come tutti i grandi maestri della commedia, è perfettamente a suo agio in un genere e in un ruolo completamente diverso.
Glengarry Glen Ross meriterebbe di essere visto anche solo per questo. Perché conserva una delle ultime interpretazioni di un attore che ha fatto la storia del cinema americano e che riesce a farci sentire, in 100 minuti di primissimi piani e dialoghi serrati, tutta l’amarezza e l’ambiguità di un uomo finito, sconfitto, che ha perso tutto. Anche la dignità.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su gennaio 9, 2008.

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