Paranoid Park

Paranoid Park

Con Paranoid Park (sugli schermi italiani dall’8 Dicembre) Gus Van Sant ha conquistato ancora una volta la giuria di Cannes e realizzato il terzo capitolo della sua silenziosa discesa nel mondo dei giovani e degli adolescenti americani. Dunque una prova che sviluppa e perfeziona le tecniche narrative e la ricerca stilistica dell’autore, estremizzandone il tocco e raggiungendo effetti ancora più forti e convolgenti.
Se in Elephant la trama ricalcava freddamente un episodio di cronaca ancora forte nell’immaginario collettivo (la strage alla Columbine School) e Last Days era dichiaratamente ispirato alla fine di Kurt Cobain, Paranoid Park segue una vicenda assolutamente anonima, che non ha in sé alcuna valenza paradigmatica, una storia che sarebbe potuta non accadere, che è accaduta per sbaglio. Una storia che è un pretesto. E la struttura del film ce lo dimostra subito: mentre la sparatoria alla Columbine e il suicidio della giovane rock star segnavano il vertice di un crescendo di immagini e scioglievano i personaggi dai loro vincoli oppressivi con lo spazio-prigione che li costringeva (la scuola come la grande casa ai margini del bosco), in Paranoid Park l’inaspettato (e involontario) scoppio di violenza (l’omicidio di una guardia notturna allo scalo merci di Portland) occupa una sequenza centrale, posta esattamente alla metà del film e sparpagliata fra i vari blocchi di azioni montate (al solito) non in sequenza lineare. L’effetto è uno straniamento fortissimo che disperde l’attenzione dello spettatore impedendogli di focalizzarsi sull’evento tragico: ciò che interessa il regista è tutto dentro il suo personaggio. Rispetto ai film precedenti (in qui la macchina pedinava gruppi più o meno numerosi d ragazzi, stretti intorno ad un edificio o a un leader comune) ora Van Sant sceglie uno e un solo protagonista, un unico sguardo, un’unica voce e, soprattutto, un unico silenzio: Alex. Bellissimo, assente, indifferente (tutti gli eroi di Van Sant sono bellissimi, assenti e indifferenti), Alex è un liceale di Portland, ha un sacco di amici, una ragazza davvero carina. Gli piace andare sullo skate e gli piace Paranoid Park. Alex non è affatto un emarginato, non è solo (come i protagonisti di Elephant), non si droga, non cerca una vita diversa all’insegna della contestazione e del piacere (come gli angeli dannati di Last Days). È un ragazzo normale ed il suo malessere, il suo lento, impercettibile annientamento sono tanto più oscuri e spaventosi. La matrice del personaggio è, ancora una volta, la totale mancanza di modelli e, allo stesso tempo, di ostacoli, di antagonisti: Alex non ha nessuno a cui rivolgersi e nessuno contro cui volgersi. Gli adulti non possono essere dei punti di riferimento così come non vogliono essere degli antagonisti, impegnati solo a non contraddirlo, per evitare lo scontro e quindi il confronto. Per sollevarsi dalla responsabilità di crescerlo. La risposta di Alex (a questo mondo pieno di stimoli e di canzoni, di gente e di posti pericolosi la notte) è una muta impotenza di fronte alla disponibilità della vita. Anche quando sembra reagire alla realtà e alle persone che lo circondano, non fa che anestetizzare il suo corpo e la sua mente, livellare ogni emozione ad un controllato e apparente benessere. Perfino la scrittura, il racconto della sua storia (che per la prima volta nella trilogia avviene in prima persona attraverso una continua voce fuori campo) non riesce a coinvolgerlo, non riesce a segnare qualcosa dentro di lui e sopra la pellicola. Tutto diventa cenere e viene trascinato via. Resta un vuoto che dà le vertigini.
I contenuti, dunque, rimandano a quelli delle due opere precedenti (volendo guardare più lontano, quelli di tutta la carriera del regista che, prima della sua parentesi hollywoodiana, si era già dedicato al tema dei giovani), la tecnica invece non si è fermata. Gus Van Sant mostra ormai una piena padronanza del suo metodo di regia, estremizzato senza manierismo e senza compiacimenti. Ritroviamo, come si è detto, un montaggio non lineare che spezza la continuità temporale, un persistente ricorso alla musica e agli effetti sonori, una sceneggiatura essenziale che fa di tutto per non farsi ascoltare: sono le immagini e i movimenti nello spazio i vettori di codici espressivi forti. Indubbio segno di maturità, la narrazione si fa più intima e pianificata (ma pur sempre rallentata e sospesa), perdendo l’acerbo sperimentalismo di Elephant e l’ipertrofico accumulo di immagini di Last Days (che poi sono, insieme ai limiti, anche i punti forti dei due film!!!).
Grande soluzione visiva è l’uso dello skate come parabola della leggerezza, della fragilità e insieme dell’esuberanza del film. Il continuo passaggio tra Super 8 (utilizzato per le sequenze sulla tavola) e 35mm (magistralmente fotografato da Christopher Doyle, il preferito di Wong Kar-Way!) è certamente una delle suggestioni più belle del film.
Infine la scena della doccia, a cui il montaggio riserva una privilegiata posizione centrale, va segnalata come una delle più riuscite di tutta la carriera di Van Sant. L’essenzialità dell’immagine, la bellezza della composizione e la perfetta scelta del sonoro: c’è tutta la forza e l’emozione del suo cinema.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su gennaio 2, 2008.

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