In The Valley of Elah

Every day Goliath would walk into the valley of Elah and challenge someone, anyone, to fight him. No one would. Until David showed up and said: “I’ll fight him”. So, the king dressed David in his own armor, but it was too big and heavy.”

 

Nella storia cinematografica degli Stati Uniti, l’Iraq potrebbe diventare quello che è stato il Vietnam dopo gli anni ’70: un conflitto che non si esaurisce nella (lontanissima) terra assediata/conquistata/liberata, ma che invade e rimette in discussione le verità sbagliate e le tragiche contraddizioni (sociali e umane) dell’intera nazione.
Paul Haggis (celebrato dagli Oscar per Crash), realizza un film sulla guerra senza guerra, senza campi di battaglia e senza armi. Un film sull’America dove non ci sono cattivi, ma sono tutti colpevoli, dove la morte fa ancora paura e la vita non ha più senso. Un film sull’America che ha bisogno di aiuto.

Un figlio torna dall’Iraq e muore. Un padre lo cerca (o cerca il suo assassino, non fa differenza). Un padre che ha visto il Vietnam e si raccomanda di ammainare la bandiera tutti i giorni, che tutte le mattine sistema il letto come la sua vecchia branda e si lucida ancora le scarpe prima di uscire.N
ell’ultima scena, il suo ultimo gesto: con i denti stacca un pezzo di nastro adesivo (marrone, spesso, orribile ferita sul palo bianco) e lo stringe attorno alle corde di una bandiera. La macchina da presa si alza e la vediamo agitarsi capovolta: è il simbolo di emergenza e di richiesta di aiuto internazionale.
You know what it means when a flag is hung upside down? It’s an international distress signal. […] It means we are in a whole lot of trouble, so come save our ass, cause we haven’t got a prayer in hell of saving ourselves.”
Quello della bandiera è il primo gesto forte, il primo strappo, l’unica mossa ad effetto di un film che si sviluppa senza tagli, suspence o colpi di scena, costruendo la sua storia su un ritmo continuato e sapientemente controllato. Così la presa di coscienza del protagonista e la scoperta della verità (una verità che va ben oltre l’assassinio del giovane Mike per diventare diagnosi disperata e straziante di un paese senza futuro) è un lento scavare l’abisso che si apre dentro ogni voce, ogni volto, ogni immagine. È un guardare dentro i resti di un’umanità senza più consistenza, che può essere tutto e nulla, ma non può più avere alcun senso, alcuna direzione. I marines poco più che adolescenti hanno corpi di statue e sorrisi bianchi, sanno essere educati e puliti, allegri, religiosi. Ma soprattutto sinceri, nelle loro allucinate confessioni, nei loro scatti di ira e di disperazione e poi di nuovo di indifferenza, di silenzio. Terribilmente esemplari i filmati di Mike dall’Iraq: esplosioni, cadaveri, torture, e poi battute, scherzi, risate, canzoni. Dentro a un carro blindato come nel carillon impazzito di un sogno straziante, i soldati americani non hanno più odio così come non hanno più ragioni. Ognuno di loro è una vittima e un mostro, torturati dentro, carnefici incapaci di vivere con se stessi e con gli altri. Carnefici innocenti come è innocente il padre che manda il figlio a morire contro un mostro che saprà punirli tutti. Dal primo all’ultimo.
In the land of Elah è una grandissima testimonianza della civiltà americana dei nostri tempi. Un film che sa mettere in gioco ogni cosa, ogni personaggio, senza risparmiare le conclusioni più drammatiche e dolorose, senza concedere nulla allo spettatore. Un ottimo lavoro di penna e macchina da presa, oltre ad una perfetta direzione del cast: Paul Haggis sa come usare il cinema per prendere una posizione forte contro questa guerra e chiederci (disperatamente) aiuto.

 

Why would the king let him fight a giant? He was just a boy.”

F.

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~ di Montblanc su dicembre 19, 2007.

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