Bubble

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Nel 2005 il pluripremiato Steven Soderbergh (si, si: proprio quello di Ocean’s Eleven) produce e distribuisce il suo sedicesimo lungometraggio, lanciando una sfida singolare al mondo del cinema e alle sue logiche di mercato. Il regista americano aggira le più assodate strategie distributive facendo uscire in contemporanea nelle sale, in dvd e sulle pay-tv un’opera tutt’altro che commerciale e priva di qualsiasi appeal: realizzato completamente in digitale (ma con splendidi risultati di fotografia), Bubble è il film più breve, più grigio, meno costoso (solo un milione e mezzo di dollari), forse più gelido, sicuramente più duro realizzato negli Stati Uniti da molti anni.
Una macchina da presa immobile e impietosa raggela in inquadrature sempre uguali, sempre fisse, la vita di una qualunque cittadina dell’Ohio, dove uomini e donne qualunque sono alle prese con una lenta quotidianità dall’andamento devastante, una placida routine in cui sonnecchia la tragedia di una miseria interiore incurabile. La quarantenne obesa Martha, il timido ventenne Kyle, la ragazza-madre Rose: un triangolo di personaggi che trascina le sua giornate intorno ad una fabbrica di bambole, incapaci di provare emozioni e costruire relazioni che non siano morbose, false, violente, creature atone che non sembrano aver diritto ad alcuna aspettativa e, tanto meno, ad un briciolo di felicità.
Soderbergh (che sotto pseudonimi cura anche la fotografia e il montaggio) ha la capacità di far emergere il carattere e le sensazioni dei personaggi senza prendere posizione, limitandosi ad inquadrature statiche, che non tentano di indagare ma si limitano ad ascoltare e riportare in modo secco, senza alcun tipo di compiacimento o di compassione, senza privilegiare una figura rispetto alle altre. Il suo è un controllatissimo (ed efficace) esercizio di narrativa anti-hollywoodiana, condotta con straordinaria economia di mezzi e con interpreti non professionisti scelti sul posto.
La tristezza e il grigiore strazianti di panorami umani degradati, abbandonati alla banalità delle loro inutili esistenze, è scandito da una sceneggiatura senza contenuti, fatta di dialoghi anonimi e inconsistenti, di una inquietante incapacità di comunicare (tanto che perfino i rumori di fondo dei macchinari industriali sembrano esprimere ed esprimersi più dei personaggi). Analogo il trattamento dello spazio: distese pianeggianti interrotte solo dalle traiettorie irrisolte dei fili del telefono, delle strade deserte, capannoni industriali che si confondono con le chiese o con le stazioni di polizia, finte case di plastica e gelidi bar. Un vuoto incolmabile annega tutti i luoghi del film rendendoli impersonali ed insignificanti, come gli esseri umani che li abitano. Un vuoto sterminato e disperso, inevitabile e inconsapevole, l’immenso spazio vuoto americano dove il male esplode senza motivo, riempiendo per un attimo i corpi degli uomini, sgombri di significato, di ragioni, di vita: fantocci deformi dallo sguardo fisso e inespressivo, dai gesti meccanici, dall’animo svuotato, proprio come i giocattoli che costruiscono. Perfino l’atto di violenza più estremo si riduce a uno spasmo inefficace, che non porta i personaggi a reagire ma livella ogni condizione al quel consueto stato di autistica mancanza di senso.
Sotto ai titoli di coda scorrono le immagini agghiaccianti delle bambole appena confezionate. Dopo appena 70 minuti di film, è difficile distinguerle dai volti dei protagonisti, narcotizzati dalla solitudine, immobilizzati dall’incapacità di occupare un proprio spazio nel baratro che li circonda.
Una società di manichini che guidano, si pettinano, mangiano e si muovono senza sentire nulla. E senza sentire nulla uccidono.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su dicembre 5, 2007.

Una Risposta to “Bubble”

  1. Ciao io sn alice e sn emo-dark aggiungete il mio contatto : alicinathebeast@hotmail.it grz a presto kiss kiss
    da:emo-dark girl

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