Dead Man

Non esiste genere cinematografico che si presti alla metafora come il western. Storie semplici, essenziali, di terre sconosciute, frontiere di fango e sabbia che si rivelano limiti interiori, tutti umani e incolmabili. Storie primordiali di castigo, riscatto, vendetta. Storie di viaggi.

Il viaggio di William Blake, timido contabile in cerca di lavoro nella sperduta cittadina di Machine, dove è ferito a morte, condannato a vagare per le foreste, inseguito dai cacciatori di taglie, inseguendo la sua stessa fine.

Il viaggio di Nobody, un indiano mezzosangue, convinto di aver incontrato il grande poeta William Blake intrappolato in un nuovo (malconcio) corpo, deciso a riportarlo nel mondo degli spiriti.

Il viaggio di tre sicari e delle loro pistole, di un cavallo pezzato di inestimabile valore, di due stecche di tabacco difficilissime da trovare, di cacciatori di opossum vestiti da donna e di inquieti missionari che vendono munizioni benedette.

Il viaggio di Dead Man è una continua cerimonia dell’uomo e della natura, un continuo sacrificio di uomini e animali in una natura laida e sporca, eppure incredibilmente luminosa nella fotografia di Robby Muller.

Squarci di poesia e macabro umorismo interrompono con brevi bagliori una pellicola ipnotica, continuamente sospesa su un ritmo irreale e angosciato, ricca di un tessuto simbolico che coinvolge (e allo stesso tempo disorienta) lo spettatore. Così un uomo qualunque, venuto da lontano in questa terra di nessuno, accoglie nel suo corpo un proiettile, e lo porta con sé, come il peccato di tutta una civiltà, di un’umanità gretta e violenta, alla ricerca di un’ultima comunione con la natura (straordinaria la scena con il cerbiatto, chiarissimi i riferimenti all’iconografia cristiana). E man mano che perde la vita, perde la coscienza e la ragione delle sue azioni, cavalca in un paesaggio terra sempre più freddo e bianco (dove anche la neve è sporca), uccide senza volontà, come mosso da forze distanti e imprevedibili. Il suo lento processo di allontanamento da sè culmina nell’ultima sequenza, gli ultimi venti minuti di film foschi e rallentati come se la pellicola fosse stata imbevuta nell’oppio: un villaggio di spettri, ovunque fango e macerie di stoffa, volti e stivali, inquadrature sempre più incerte, mentre William Blake avanza inerme a capo di un muto corteo. Finché, steso su un canoa come sulla Croce, si abbandona ad un ritorno senza fine e senza meta, un ritorno al mare e al cielo e alle sue nuvole.

Jim Jarmusch, anche sceneggiatore, dirige con un’originalità di tocco unica, governa la macchina da presa dando al suo bianco e nero la consistenza allucinata e ossessiva della visione, del sogno. Grande prova per Johnny Depp, ultima apparizione cinematografica di Robert Mitchum, preziosa partecipazione di Neil Young, autore di una colonna sonora da brivido…

F.

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~ di Montblanc su novembre 21, 2007.

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