Der Amerikanische Freund

In inglese frame vuol dire cornice. E fotogramma.
Jonathan vive in un appartamento nel porto di Amburgo, con sua moglie e suo figlio. È un corniciaio e un restauratore e sta morendo di leucemia. Ma non ne è sicuro. Quando uno sconosciuto americano (contrabbandiere d’arte) lo coinvolge in un giro di mafia internazionale, accetta di uccidere due uomini. Per denaro, per scoprire quando e come si muore.
Tom è americano, porta un cappello da cowboy, si occupa di soldi e viaggia molto. Vende quadri falsi a prezzi incredibili, vive in una villa-mausoleo e vede scorrere il fiume, vede colare Amburgo sulla tela di tramonti senza sole. Incontra un artigiano malato di leucemia, lo mette nei guai e poi fa di tutto per aiutarlo. But friendship is impossible.
Una sceneggiatura fantastica, carica di malessere, di collisioni impossibili e involontarie, di vuoti trascurati (esemplare la prima scena). Una trama classica ma allucinata, corrosa dai movimenti asettici e incontrollati dei personaggi, che svuotano ogni azione del suo vero significato, del suo tempo e della sua ragione naturale. Due attori (Dennis Hopper e Bruno Ganz) incredibilmente ispirati. Senza dubbio il più bel film di Wenders, autore anche della sceneggiatura.
Frame vuol dire cornice e fotogramma. Der amerikanische Freund è un film sulla vita e la morte, sull’amicizia virile. Ma soprattutto, è un film sul colore. Su come il colore si consuma e si compone nello spazio di una cornice e di un’inquadratura.
Jonathan vive l’universo capitalistico della metropoli come un intruso, ai margini di un sistema che non conosce e in cui finirà per smarrirsi. La sua casa è bianca, piena di riflessi marroni. Subito fuori il grigio della banchina, delle navi, del cielo. Jonathan lavora il legno con le mani, e il suo negozio è pieno del legno delle cornici, pieno di oggetti antichi, di una ritualità affettiva che lo lega agli strumenti ordinati sul bancone.
Tom dorme su un letto rosso elettrico, le sue stanze boccheggiano in una nebbia di neon verde. L’amico americano va a scovare il corniciaio nella sua bottega-santuario tutta gialla e macchiata di marrone, lo lancia in un mondo di colori sintetici, senza tonalità e senza ritorno. Sono verdi i tunnel della metropolitana e le sale dell’aereoporto. Rosse le panchine e il cielo di Parigi, dove sarà commesso il primo omicidio. Rosso e verde il treno dell’ultima strage.
Jonathan ha paura di morire, paura di non avvertire la sua morte e pur di riconoscerla si aliena dalla sua vita, che non gli appartiene più. Si lascia imbrogliare, si lascia scivolare da una città all’altra, omicidio dopo omicidio, incalzato dagli slanci infantili e disperati dell’americano (ogni volta che Dennis Hopper entra in scena, il ritmo narrativo si accelera bruscamente, accusa una spinta incontrollata, un’energia spaesata che torna a spegnersi, sena illuminare nulla).
Jonathan e Tom viaggiano in macchina fino al mare. Qui tutto è bianco e grigio. E la loro automobile è ancora rossa. Ma non ci sono cornici a fermare i colori. L’acqua e il cielo, la vita e la morte, in un’unica pennellata. In un unico fotogramma dove anche i due uomini non sono più colore, ma discontinuità diluite in un motivo continuo.
Well! We made it anyway, Jonathan. Take care.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su novembre 15, 2007.

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