Michael Clayton

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“I’m not the guy you kill… I’m the guy you buy.”

Stropicciato e dimesso, impietosamente ripreso dal basso mentre arranca in un bosco in salita, il volto coperto di ombre e gli occhi stanchi: è l’uomo che nessuno nota, l’uomo discreto e silenzioso che sa come aggiustare i guai dei potenti, come ritoccare la verità e ripulire le apparenze. È un insolito George Clooney dalla cravatta male annodata e il passo stanco (ma impeccabile). È Michael Clayton, ex procuratore e sfortunato pokerista, consumato e disilluso, spazzino d’eccellenza di un ricco studio legale. Il suo lavoro? Nascondere sotto il tappeto la sporcizia dei clienti più ricchi (e cattivi). Il suo segreto? Accettare ogni compromesso. Ma quando i cattivi cominciano ad esagerare, la posta si alza, il gioco diventa pericoloso e la resa dei conti (con se stessi) sembra inevitabile…
La tradizione (almeno quella cinematografica) vuole che avvocati e procuratori dicano sempre la metà delle cose e in modo attentamente confuso, incomprensibile, per spiazzare l’interlocutore e volgere la situazione a proprio vantaggio. L’acclamato sceneggiatore Tony Gilroy, qui alla sua prima regia, racconta il tessuto di meschinità e brutture dei legali newyorkesi usando la loro stessa lingua: i dialoghi mancano di una immediata logica e linearità, la narrazione è basata su un play back strutturale e un continuo susseguirsi di ellissi, lo spettatore (specie nei primi sessanta minuti) si trova necessariamente spaesato nel tentativo di focalizzare le relazioni tra i personaggi e i loro intenti. Ma proprio questo incedere affannoso, continuamente deviato, interrotto, è la carta vincente del film, capace di mantenere senza inciampi un tono cupo e asciutto, di descrivere con grigio realismo un mondo di ingrigite umanità.
Opera dall’impianto classico, Michael Clayton sa dosare tutti gli elementi tipici del legal thriller: non mancano suspense, inganni, tradimenti, doppi giochi, brama di denaro e crisi di coscienza, mentre, come spesso accade, il lato strettamente giudiziario viene lasciato sullo sfondo, mantenendo protagonisti gli eventi pre dibattimentali e gli intrighi di potere che ne stanno alla base. Pur affrontando apertamente il tema delle grandi multinazionali e delle ancor più grandi ingiustizie commesse dai potenti (e dal sistema che li protegge) ai danni dei deboli, il film sembra interessarsi soprattutto alle dinamiche umane intrappolate in questi enormi meccanismi, ponendo al centro delle inquadrature la paura, l’inerzia, la frenesia, il cinismo e la versatilità dei personaggi. A sostenere il tutto, un cast impeccabile: Sydney Pollack (anche produttore) ambiguo e misuratissimo, Tilda Swimton sudicia e spietatamente vulnerabile, Tom Wilkinson dolorosamente vivo, follemente lucido. E dulcis in fundo un buon vecchio George ci dimostra di essere un vero attore (e non solo un nome sulle locandine), capace di liberare il personaggio Clayton dalla brillantina glamour del personaggio Clooney, di fare scelte professionali valide che, se non arrivano ad essere scomode, certo non sono le più semplici o le più commerciali.
Tony Gilroy esordisce con una pellicola solida, ben costruita, che forse risente di un soggetto poco originale (il gigante multinazionale messo in ginocchio dall’inaspettato Davide di turno) e di un finale un po’ troppo consolatorio, ma che sa gestire grandi interpreti e sviluppare un linguaggio cinematografico per nulla scontato.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su ottobre 24, 2007.

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