Les Triplettes de Belleville

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Dopo i successi tecnici e commerciali della Pixar e della Dreamworks pubblico e critica sembravano inevitabilmente convinti che la rinnovata creatività tematica e narrativa del cinema d’animazione fosse debitrice alle nuove forme espressive fornite dal digitale. Sylvain Chomet (fumettista e animatore francese alla sua prima regia) ha saputo ricordarci che non ha importanza che si usi il computer o la matita, che si attraversi un oceano in nave o su un pattino: un film (un buon film) resta invenzione e racconto, fantasia ed espressione. E (qualche volta) diventa poesia.

Personaggi mai aggraziati, carichi di vita, di sottile meraviglia, si muovono in un mondo di città ipertrofiche che divorano lo spazio e il tempo, invadono i sogni: a Belleville, metropoli fumosa e altissima, arrampicata sopra l’insignificante abbondanza del nostro tempo, l’inarrestabile Madame Souza incontra les triplettes, stravaganti cacciatrici di rane e formidabili jazziste. Insieme al tenero e tormentato cane Bruno, sconfiggeranno la mafia francese a colpi di pedale…
Con uno stile geniale e suggestivo, un cromatismo di grande effetto e una tecnica narrativa insolita quanto efficace, Chomet disegna (quasi interamente a mano) le avventure dei suoi personaggi, creando un’atmosfera di malinconica e sofferta dolcezza. Tutto nel suo film – le fisionomie, gli ambienti, gli oggetti – viene deformato, passato sotto la lente di una visionarietà creativa che altera le proporzioni, regala nuovi sguardi su una realtà esasperata. Ogni personaggio si caratterizza immediatamente per uno o più gesti, suoni, per il modo di camminare o di muovere le braccia, per un solo dettaglio della sua figura (le orecchie, il naso, i polpacci), esprimendo con immediata naturalezza la sua silenziosa personalità. Un film, quello di Chomet, senza parole, senza dialogo, ma basato sul suono. Dove tutto è suono e tutto può essere musica (il rintocco di un orologio, gli ingranaggi di una bilancia, i ripiani di un frigorifero). La bellissima colonna sonora, che ibrida il music-hall con il jazz e con sperimentazioni rumoristiche, non si limita ad accompagnare il film ma è il cuore stesso della storia, la voce narrante che svela la trama del racconto.
Con la sua satira gentile, la sua ironia grottesca e spregiudicata, Les triplettes de Belleville mette a nudo tutte le smagliature di una società obesa, costruita su vuoti stereotipi, consumata dal suo stesso incontrollato consumo, infestata da assordanti binari di violenza.
Ciclista silenzioso e ineluttabile, il tempo attraversa, contagia ogni immagine, divide e riavvicina i personaggi, cancella i vecchi miti, altera i corpi e divora gli spazi della memoria. E ancora, il tempo colora le immagini (nella prima sequenza domina il seppia e il marrone, come nelle vecchie foto di inizio secolo, poi il grigio della Parigi anni ‘60, infine il rosso del Tour de France e il verde della livida Belleville), stende sopra i luoghi e i volti un velo opaco, polveroso, nostalgico. È la consapevolezza del tempo che passa, la timida e faticosa resistenza ad un futuro così vuoto eppure così orribilmente saturo, è questa nostalgica tenerezza ad animare i personaggi di Chomet. Figure semplici e dolcemente deformi, fragili e determinate. Umane. Mentre il tempo, per un’inerzia eterna ed affamata, scivola giù inosservato, le vediamo scalare instancabili le iperboliche salite di Belleville, pedalare insieme verso casa, lasciarsi alle spalle un presente che precipita inconsapevole e rumoroso (rottame dalla vernice fresca). Le vediamo incontrarsi e riconoscersi in un ricordo, uno sguardo, un sorriso, un irresistibile ritornello.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su ottobre 10, 2007.

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