La ragazza del lago

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Accolto con successo alla 64° Mostra del Cinema di Venezia, il film dell’esordiente Andrea Molaioli riporta sugli schermi italiani i modelli stilistici e narrativi del giallo, un genere solitamente ignorato (o peggio, massacrato) dai nostri autori. L’apparente tranquillità di un paesino di provincia è messa in crisi dalla scoperta di un terribile delitto. Un commissario indolente e disilluso, con in spalla un discreto bagaglio di problemi sentimentali-familiari, interviene per catturare il colpevole e (soprattutto) per mettere a nudo le ferite di un’umanità piccola e tormentata: la sceneggiatura si snoda agile ed essenziale fra i meccanismi e i personaggi classici del genere, senza inciampi, senza eccessive sbavature. La regia si dimostra equilibrata, attenta a seguire l’andatura misurata dell’intreccio, senza mai incalzare o enfatizzare lo sviluppo della storia. Peccato per la colonna sonora che sporca maldestramente il montaggio con un fastidioso accompagnamento tecno-rumoristico.
Tema centrale del film, un dolore insostenibile che segna uno ad uno tutti i personaggi, condannandoli ad essere sempre soli, sempre incompresi, sempre infelici. Un cancro che strazia e annega ogni vita, ogni vittima e ogni colpevole, nel disastro silenzioso del suo soffrire. Molaioli non cede al melodramma, non ricorre a scene di pathos, ma si sofferma con ostinazione su una sfilata di miserie umane, smascherate sullo sfondo di un Friuli gelido e asettico, ritratto da una fotografia livida ed efficace, dove le città sono sopravvissute ai terremoti ma le macerie precipitano nel cuore degli abitanti.
Protagonista assoluto ed elemento portante dell’opera, un (come sempre) eccezionale Toni Servillo: è la sua stessa interpretazione a tenere insieme il film, a scandire il ritmo dei movimenti tecnici e narrativi. Riempie l’inquadratura con un gesto, un sospiro, uno sguardo. Regala al suo personaggio, e alla pellicola, una verità umana ricca e combattuta, trovando sempre canali espressivi semplici e coinvolgenti per raccontarla come momento di vita e di arte.
Con un tocco pudico e distaccato, Molaioli denuncia una società che del dolore e della morte sa fare solo notizia, solo spettacolo. Cerca un linguaggio che sappia opporsi alla spietata, riduttiva violenza dei media, realizzando ritratti psicologici il più possibile curati, ambigui, volutamente incompleti. Alla fine dell’indagine non c’è alcun mostro da consegnare al pubblico disprezzo: vittima e assassino non sono che due volti della stessa implacabile sorte di esistere.
Sotto le spoglie di un timido film di genere, un’operazione cinematografica complessa che non esita (specie nel finale) ad esporsi (forse un po’ troppo) su tematiche estremamente intense e drammatiche. Dunque, un inizio che fa ben sperare. Una prima prova che, nel deserto di assenze e vergogne della produzione italiana, sa regalare attimi di vero cinema.

F.

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~ di Charlie Brown 666 su settembre 17, 2007.

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