I fratelli Dardenne e la claustrofobia dei sensi

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Jean-Pierre e Luc Dardenne lavorano in Belgio a partire dagli anni settanta, quando realizzano documentari sulle realtà operaie del loro paese. Oggi sono tra i pochi registi viventi ad aver ricevuto per due volte la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Ma nonostante il successo e i tanti riconoscimenti internazionali, nonostante l’apparente patetismo e la grande intensità delle trame e dei temi scelti, la forza dei Dardenne è nella fedeltà ostinata e coerente a un cinema di documentazione e provocazione sociale senza furbizie, senza cedimenti, affannoso e claustrofobico.
La ventennale esperienza nel campo del documentario consente ai due registi di ricostruire con grande precisione e lucidità spaccati di società altrimenti dimenticati. Disperati ritratti di esseri umani, nella concretezza immediata dei loro atti, delle loro rabbie e paure. Corpi. La macchina da presa (quasi sempre a spalla, nelle mani di operatori funamboli) si lascia scivolare nella stretta di colori e masse, carni e superfici. La dipendenza affannosa, il rapporto stretto fra corpi e spazio mostra da solo l’evidenza del reale. Senza strategie di messa in scena, senza suoni aggiunti, solo ascoltando il rumore dei personaggi e il respiro del mondo. Per filmare su pellicola il disastro della condizione umana di fine millennio, i Dardenne annullano ogni distacco, ogni distanza: sono sul personaggio, nel personaggio, nel fastidio deviante dei primissimi piani, nel suono secco della saliva, nel dolore di una pancia, di una schiena: immagini che si rivelano esperienze, sensazioni, sofferenze. Ogni personaggio è prima di tutto un volume, un peso da esplorare e misurare nel continuo passaggio dalla schiena al volto (nella sequenza finale di Rosetta, nella stessa inquadratura, nello stesso piano-sequenza, la protagonista viene ripresa da dietro e in primo piano, senza tagli).

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Lunghissimi piani sequenza opprimono oggetti e corpi la cui esistenza è descritta in maniera meticolosa, attraverso l’aderenza assoluta ad una realtà quotidiana squallida e desolata, lasciando che la semplice materialità delle situazioni sia trasfigurata-animata simbolicamente dalla sola forza delle immagini.
Figli di un travaglio silenzioso e tragicamente anonimo, tutti i protagonisti di questo cinema, hanno le radici troncate e una traiettoria umana che assomiglia agli ultimi guizzi di un corpo in agonia. Guerrieri del quotidiano, provano a riemergere dal nulla con una precisa richiesta: il minimo possibile per vivere con dignità. I Dardenne abbracciano ogni personaggio con la lente oppressiva del dettaglio, del primo piano che non cede al controcampo (per intere sequenze, lunghi dialoghi, la macchina è immobile su un unico attore), restituiscono ad ogni muscolo, ad ogni gemito quel diritto di esistere che il mondo gli nega. L’odio, la vendetta, la paura, l’attesa, l’amore: cronache della verità umana che si svelano nei gesti meccanici e necessari dei personaggi. Presenze così reali da costringere lo spettatore nel loro lacerante sentire, nella miseria e nello stupore di esistere.

1996: La promesse
1999: Rosetta
2002: Le Fils
2005: L’enfant

F.

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~ di Charlie Brown 666 su febbraio 19, 2007.

3 Risposte to “I fratelli Dardenne e la claustrofobia dei sensi”

  1. skifano anke i fratelli dardenne?

  2. Prossimamente: I fratelli Varenne.

  3. -_-”

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