20 Anni senza Pazienza…
Il 15 giungo 1988 segnò un grave lutto nella scena fumettistica italiana. Da un momento all’altro ci ritrovammo orfani di un giovane autore che si era imposto massicciamente come il più versatile degli autori di fumetti: Adrea Pazienza.

“Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese, ho un fratello e una sorella di ventidue e quindici anni.
Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il liceo artistico, una decina di personali e nel ‘74 sono divenuto socio di una galleria d’arte a Pescara: “Convergenze”, centro di incontro e di formazione, laboratorio comune d’arte. Sempre nel ‘74 sono sul Bolaffi. Dal ‘75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal ‘71 al ‘73 ai marxisti-leninisti.
Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e mal curato. Fumo pochissimo. Mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d’inverno porto sempre i guanti.
Ho la patente da sei anni ma non ho la macchina. Quando mi serve, uso quella di mia madre, una Renault 5 verde. Dal ‘76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile “Frigidaire”. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquerellista ch’io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali ma non sopporto di accudirli.
Morirò il sei gennaio 1984.”
[A. Pazienza]
Diceva di disegnare poco e controvoglia. Ci ha lasciati decine e decine di volumi, pagine sparse, bozze, fumetti incompleti o mai pubblicati. Disegnava su tutto, carta milimmetrata e tovaglioli, in qualunque modo, pennelli e pennererelli, biro e sangue. Se avesse disegnato molto non basterebbe una vita intera per leggere la totalità delle sue opere.
E’ vero. Pazienza disegnava qualsiasi cosa in qualunque modo. E’ stato davvero il più grande disegnatore vivente e di sicuro ancora ineguagliato.

“La pazienza ha un limite, Pazienza no!”
[A. Pazienza]
Illimitato è il vero aggettivo che si può apporre ad un artista del suo calibro. Eclettico, poliedrico. Poetico nel suo essere rigorosamente fuso nel triste realismo di tutti i giorni. Paz è così. La sua produzione ricalca gli anni di piombo, l’autore si muove sulla scena bolognese, studente del DAMS. E’ nei suoi primi anni che nasce uno dei personaggi più importanti: Penthotal. Ha le fattezze dello stesso autore, tra meschine storie di sesso, droga e studi evasivi il protagonista vive in due mondi: la grigia Bologna dei ‘70, quella che si vorrebbe poetizzare e la onirica dimensione dell’ego fantasioso di Penthotal, un mondo che scopre solo quando dorme o quando è strafatto.
“Se
Tu
Vuoi
Ti
posso
fare
un
ditalino
ciò
naturalmente
se tu vuoi
io ti posso
a
m
a
re”
[A. Pazienza]
Riusciva ad esprimere la crudezza della realtà con un linguaggio prettamente colloquiale, fatto di ripetizioni, di pause, di inflessioni e pronunce erronee che si commettono nel discorrere. Ma riusciva a renderlo poesia. Con quelle poche, scarne parole, Paz riusciva ad accendere un mondo pieno di colori, o a renderlo in bianco e nero, più di quanto non fosse.

“Non c’era mai poeticume nelle sue opere; era sempre duro, ma duro come lo può essere un bambino. Vedeva tutte le cose come le si vedono per la prima volta. Il suo tratto nel disegno era stravagante, un caos rigorosissimo. I suoi testi provenivano dal parlato; era un grande poeta, un linguista vero perché i suoi testi erano frutto di un genio letterario innato.”
[R. Benigni]

All’aumentare del successo aumentava il suo disagio, la crudezza della vita. Presto cominciò a fare uso di droghe, specialmente di eroina che lo incantò e sobillò. Riuscì a staccarsene, ma nei momenti più duri non potè farne a meno. Venne bollato come “tossico” ma Paz non era il tipo che si lascia incantare da etichette. Ci scherza su, ne parla tranquillamente. Nel 1985 fu pubblicato Pompeo, un fumetto sull’uso delle droghe pesanti, nel quale affronta con nudo realismo le disillusioni degli stupefacenti. D’improvviso, nel 1988 la notizia della sua morte. Si vociferò un’overdose, un’ ultima fatale assimilazione. “Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio solo un po’ di terra a San Severo, e un albero sopra…”, disse al padre.
The Marius




Lascia una Risposta