V for Vendetta

“Remember, remember, the Fifth of November, the Gunpowder Treason and Plot. I know of no reason why the Gunpowder Treason should ever be forgot… But what of the man?”
1982. La rivista inglese Warrior pubblica le prime strips (in bianco e nero) di V for Vendetta, nato dalla penna di Alan Moore e dalla matita di David Lloyd. Nei mesi seguenti la serie diventa una delle più acclamate della collana (tanto da conquistare più volte la copertina) e quando, nel 1985, la Warrior cessa le pubblicazioni, sarà la DC Comics a portare avanti il progetto: a partire dal 1988, l’intera storia viene riproposta a colori in 10 numeri, poi in un unico volume. V for Vendetta diventa una graphic novel.

2005. La troupe protagonista della saga di Matrix propone una rimpatriata e la graphic novel diventa film. I fratelli Wachowski (registi della trilogia) adattano liberamente il fumetto, firmano la sceneggiatura, mettono alla prova l’esordiente James Mc Teigue (che di Matrix aveva diretto “solo” la seconda unità).
E James Mc Teigue non li delude. La regia del lungometraggio è perfettamente calibrata sul genere, senza sbavature, senza cadute di stile o di ritmo, accompagnata da un montaggio altrettanto essenziale ed efficace.
Ma chi è V ?
“He was Edmond Dantés… and he was my father. And my mother… my brother… my friend. He was you … and me. He was all of us.”

Per quanto riguarda la creatura cinematografica (il fumetto probabilmente condivide solo in parte queste suggestioni), V è un concentrato attivo e un godibilissimo cocktail di tante figure con e senza maschera.
Il mantello nero, l’apparire e sparire nel buio sempre al momento giusto, le acrobazie su tetti e cornicioni, non possono non ricordare l’uomo pipistrello di Gotham City. Ma la forma del cappello, i modi decisamente galanti e romantici, ne fanno quasi il cugino britannico (e decisamente più tormentato) di Zorro.
Dietro la sua maschera si nasconde un volto sfigurato e un cuore innamorato, un animo sensibile che soffre di una malinconica, silenziosa sofferenza: come non pensare al Fantasma dell’Opera?
Dall’altra parte, i creatori di Matrix non potevano disconoscere completamente le loro vecchie amicizie: quando spada e pugnale non bastano, V non si fa scrupolo di attingere (senza perdere la sua eleganza e compostezza) alle arti marziali, facendo un po’ il verso all’hacker Neo.
E dulcis in fundo, Edmond Dantés. Il Conte di Montecristo (interpretato da Robert Donat nella versione cinematografica del 1934) non è solo il film preferito di V, ma un suo modello e un suo fedelissimo alter ego. I due condividono il desiderio di riscatto, la lotta per la giustizia e per la libertà, l’ossessiva, morbosa dedizione al loro progetto di vendetta, per cui sono disposti a rinunciare a qualsiasi cosa. E se quella di Dantés (che alla fine delle sue avventure può tranquillamente godersi la sua donna, le sue ricchezze e la sua gloria) è solo una favola, V dovrà scegliere davvero…

Come se non bastasse, il nostro giustiziere mascherato si muove in una Londra del futuro (soffocata da una dittatura che controlla la vita degli abitanti tramite un capillare sistema mediatico e una vera e propria terapia della paura) che sembra appena uscita dalle pagine di Gorge Orwell, altro grande punto di riferimento per gli sceneggiatori come per gli scenografi.
Ma tutti gli ingredienti, di genere prevalente iconografico, sopra esposti, hanno bisogno di un buon collante: la maschera di Guy Fawkes, l’oppositore di Giacomo I che il 5 Novembre 1605 tentò di far saltare con l’esplosivo il Parlamento londinese. Aldilà del riuscito impatto visivo (il sorriso ingessato della maschera è terribilmente inquietante), un così forte riferimento ad un personaggio storico è la chiave di tutto il personaggio e, quindi, di tutto il film. V (interpretato da Hugo Weaving, l’agente Smith di Matrix, sempre nascosto dalla maschera ma dalla voce irresistibile) è il seme della libertà, lo spirito della riscossa dei popoli oppressi, che non conosce età, non conosce bandiera. Che viene oppresso, offeso, calpestato. Mai sconfitto. Che sopravvive ai secoli e alla dittature, alla violenza, agli uomini che nel suo nome hanno dato la vita.

“Beneath this mask there is more than flesh. Beneath this mask there is an idea, Mr. Creedy, and ideas are bulletproof.”
Questo il messaggio (tutto sommato banale e risaputo) del film.
Eppure c’è un dettaglio (che poi alla fine tanto dettaglio non è) a conferire al nostro eroe mascherato un nuovo, allarmante aspetto.
V entra nella sede centrale degli studi televisivi londinesi. Una guardia gli punta addosso la pistola. V apre l’ampio mantello e cosa c’è sotto? Non una spada, non un pugnale, non una sofisticatissima arma da fuoco, ma un discreto assortimento di dinamite. Chiunque abbia visto anche un solo telegiornale negli ultimi cinque anni, non può non accusare un brividino lungo la schiena.
Come il suo predecessore Guy Fawkes, V usa l’esplosivo come primo strumento di lotta: fa saltare in aria l’Old Bailey (tanto per farsi conoscere dai londinesi) e poi minaccia di ridurre in briciole il Parlamento.
V è un terrorista. Così lo definiscono molti personaggi in molte parti del film. E lui non ha motivo di smentirli.
V è un terrorista, ma è un eroe. Un buono. È il buono della storia. E a quattro anni dall’attacco alle Twin Towers è stata una scommessa da non sottovalutare. Gesti e immagini che nel nostro immaginario sono inevitabilmente legati a terribili stragi, alla minaccia del fondamentalismo islamico, diventano gli strumenti per la conquista della libertà e la difesa degli innocenti.V per Vendetta è un ottimo prodotto cinematografico. Prodotto perché nonostante i suoi innegabili pregi (un grande cast, uno stile sobrio che non eccede con gli effetti speciali, un personaggio davvero accattivante, una buona regia), resta un film di intrattenimento, attentissimo a non deludere neanche la più piccola aspettativa del pubblico. E forse, proprio per questo, è ancora più interessante e degno di menzione. È la dimostrazione che anche un film da botteghino può essere realizzato con intelligenza, cura e stile.
F.




Sì completamente d’accordo un film ke mi ha lasciato piacevolmente sorpreso soprattutto per le analogie col mondo orwelliano mio più caro autore
Antoris ha detto questo su Gennaio 23, 2008 a 7:57 pm
Il film è stato senza dubbio molto bello e ben ritmato. Da rivedere con piacere.
Il fumetto che ho riletto un po’ proprio un’oretta fa (guarda caso!) è però più profondo, fa percepire meglio il dolore interno, lacerante che colpisce V e la dottoressa.
Il terrore di Ivy è illustrato meglio nel fumetto anche se Natalie Portman è stata davvero impeccabile nella recitazione.
2 piccoli gioielli.
Ciao!
Ester
Ester Memoli ha detto questo su Gennaio 23, 2008 a 8:52 pm